Guidare contromano, scalare erroneamente le marce, perdere il controllo del mezzo è stato un sogno ricorrente. Probabilmente, elementare chiave di lettura di ogni psicanalista. Non mi è mai capitato di associare l’inquietudine che l’immagine evoca alla scrittura. Mi ci ha fatto pensare Patrick Modiano, quando “Dall’oblio più lontano” scrive: “…freni fuori uso, attraversavo tutti gli incroci con il rosso e guidavo contromano”.
E’ il pensiero concitato del protagonista del suo romanzo. Un uomo che rinuncia a parte dei propri desideri pur conducendo, in definitiva, un’esistenza abbastanza appagata.
Scrive, gira il mondo a volte suo malgrado, e si ritrova a incontrare i personaggi più improbabili, a trascorrere gran parte della sua gioventù in molteplici alberghi e diverse capitali europee, in case degli altri, perlopiù sconosciuti, sempre madido di viaggio e dipartite improvvise.
Unico comune denominatore, la ricerca della donna amata, incontrata occasionalmente quando era giovane, poi persa quasi per indolenza, incapacità di puntare i piedi nell’asfalto e sterzare verso Jacqueline.
Un individuo che sembra lasciarsi vivere più che afferrare l’esistenza. Sospeso e strattonato tra flashback, ricordi che si dilatano in ossessione, si miscelano al presente con disarmante naturalezza, come la sua vita si fosse sviluppata solo in parte, esprime la condizione dell’abulico.
Tutto è così estremamente accidentale e poco determinato, provocato. Davvero troppo poco.
Complice probabilmente un’epoca, una facilità d’incontro, l’assenza di troppi diaframmi per vivere e sopravvivere, la consapevolezza che abbandonarsi al caso e alla sorte potesse, probabilmente, costituire una sorta di non convenzione, d’opposizione all’ordinario e ordinato.
Eppure, oltre alla bellezza e scorrevolezza della narrazione di Modiano, sedimenta di continuo il pensiero leggero e grave del protagonista.
La condanna a non incidere, mai, abbastanza.
Un po’ per indole, un po’ perché qualche ingranaggio s’inceppa quando non dovrebbe, si lascia sfuggire gli amori, gli incontri importanti. Non protesta, non si arrabbia, soprattutto non chiede. Smette di domandare non per orgoglio o pudore, solo per incapacità.
E allora, forse, sarebbe opportuno chiedersi se scrivere è un poco andare contromano, il tentativo spasmodico e irrequieto di arginare l’assenza di controllo: depositare e tracciare segni, parole, è lasciare una testimonianza indelebile.
Dove non arriva la natura, subentra la parola.

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