La signora del supermercato si dimena tra gli scaffali con ansia, esibendo la smania di far coincidere le migliori intenzioni con i prodotti disponibili da acquistare. L’equazione mentale non è sempre rispettata e, laddove non avviene, con gesto stizzito e interessato si rivolge all’inserviente chiedendogli dove poter trovare il migliore zenzero.
Sì, l’equazione dello zenzero, l’ologramma che le benda gli occhi già immaginando la tisana magica e la pozione che preparerà nella serata, le offusca ogni altro possibile orizzonte e rende impossibile un diniego. Lo zenzero le si staglia innanzi e riempie ogni suo pensiero e tolleranza, ogni possibilità di interloquire. Perché non trova quello che ha in mente, di cui le ha parlato l’amica che le sciorina ricette, fissata com’è con le soluzioni biologiche, tutte naturali, poco impattanti sull’organismo. Esiste una qualità migliore di zenzero dell’altra? Sta di fatto che l’inserviente, dopo averle mostrato dove potere trovare il prodotto, tra sé e sé, ad alta voce, va ripetendo la sua giaculatoria sommessa: “Ma che c’avranno con questo zenzero?! Tutti fissati. Pare non esista nient’altro. Ma io dico, ma fasse una bella e sana canna?”.
Cerca l’approvazione, probabile, di un pubblico apparentemente più giovane, comunque anticonformista e dissacratorio, pronto al confronto e alla discussione. Cerca conferma alla propria asserzione nell’espressione distratta e divertita della gente.
Mi sono trovato in prossimità del siparietto e ho annuito.
Sullo zenzero, evidentemente, c’è una particolare mania: sembrerebbe la panacea più comune e accessibile, mettendo d’accordo omeopatici, effetto placebo, qualche allopatico pronto a prendersi una pausa dalla sofferenza del farmaco.
Vado in giro tra gli scaffali costringendomi ad una posizione eretta del busto, più del consueto, fino a sembrare impostata e goffa, non cerco zenzero, e accolgo con estrema curiosità ogni gesto e ghigno degli altri.
In questo periodo, infatti, con una cisti appena asportata dalla schiena, un poco dolorante e costretto nei movimenti e nell’agilità, evito sforzi e movimenti repentini.
Non liberando endorfine in sport o fatiche fisiche, bracciate visionarie, ho più tempo per pensare ed esprimere la mia curiosità, liberarla in diversi rivoli.
Ho una maggiore disposizione all’ascolto e alla selezione.
Anche dalla saggezza popolare, esibita con sfrontatezza, dai piccoli particolari del quotidiano nei quali tutti c’imbattiamo è facile intuire come sono cambiati usi e costumi, abitudini, licenze d’espressione.
Anni fa, probabilmente, sarebbe stato impensabile che all’interno di un enorme e noto supermercato un inserviente si producesse nella sua piccola apologia della cannabis.
Niente di stravolgente, già discusso e disciplinato dalla Stato, materia sulla quale si dibatte ancor più e in un’ottica di maggiore apertura.
Comunque, ancora per molti, tra l’ignoranza e l’indolenza ad aprirsi ed esporsi, cedendo alla facile titubanza d’essere fraintesi e alla paura di prodigarsi in un’accelerazione d’intenti, la cannabis è, talvolta, ancora un tabù lessicale oltre che mentale.
Trascinando il carrello alla cassa, in preda alla stanchezza dell’anestesia locale e al suo postumo, penso a quanto stia tutto cambiando. A partire dal lessico.

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