È incredibilmente vero come paura e politica della paura non diano, sovente, il tempo materiale per reagire e razionalizzare.
Quanta comunicazione ci ronza e suggestiona, grazie alla paura alimentata che prima di disapprovare o approvare temiamo e subiamo, è un meccanismo studiato e ben ponderato.
Ci si fondano campagne elettorali, ci si costruisce il consenso di chi ha preferito astenersi, di chi si è sentito tradito dalla propria storia politica,
dai propri riferimenti, di chi ha pensato di non percepire più la propria identità.
Ci mettiamo sulla difensiva, allontaniamo tutto quanto critichiamo e riteniamo talmente insulso, discriminatorio, antidemocratico e scorretto senza, però, combatterlo.
A voce e d’istinto, che durano un istante, un effimero secondo siamo pronti e capaci.
Nel periodo già breve ci smarriamo.
Come quando ci sottoponiamo ad un allenamento sportivo austero, quando dobbiamo ribattere nell’altra metà del campo l’infinita sequenza di palle che un cannone ci spara addosso.
Possiamo essere veloci, più o meno bravi e agili, perspicaci, ma la racchetta è una sola e potremo, comunque, salvaguardarci sempre e solo da alcuni, pochi colpi.
Così funziona con la comunicazione moderna: fatta di pochi caratteri, sintesi inquietanti, che si approssimano a monosillabi e urla sguaiate e tribali.
Suoni gutturali di chi saprebbe esprimersi perfettamente, ma preferisce scaricare tutta la propria rabbia e rancore senza averli compresi e metabolizzati.
Compulsare sulla tastiera come feroci leoni è, in fondo, come urlare addosso troppe bestialità infondate, scaricare la trivialità che alberga in ognuno di noi, destrutturare ogni pensiero e ragionamento più complesso.
Ridurre, tutto, a scorretto e becero essenziale.
Per chi deve colpire e raggiungere il proprio obiettivo, fondamentale è riuscire nell’intento: sferrare l’attacco, copiosi colpi, lucrare sulla paura in parte reale e in parte fomentata ad arte, portarti a sragionare e votare con la pancia.
Lo shock provocato è carattere di molta Politica odierna, quella che si fregia di discontinuità.
Dietro la discontinuità potrebbe annidarsi anche il più perverso degli obiettivi.
Rendere indifeso l’avversario stordendolo di bestialità, tanto incredibili, da sedimentare meglio, come vivere una realtà distopica, un reality dove accade ogni spregevole scelta, dove il ricatto e la visione machiavellica sono le uniche Istituzioni.
A braccetto, con una visione neoliberista e protezionista mirate a concentrare potere e ricchezza sempre e solo nelle mani di pochi, s’impongono facilmente come scetticismo, disillusione e paura fomentata.
Una post-verità che s’invera e convince i pochi creduloni, molti disillusi, gli astenuti, idealisti traditi dalla Storia che non hanno saputo o voluto più interpretare e cercare di capire.
Attenzione, perché non è solo un discorso di etica o non etica, non c’è l’ambizione di dettare regole comportamentali, che dovrebbero essere acquisite senza pleonastiche e ridondanti nenie.
È cercare di capire che tutta la paura seminata per legittimare l’uso della forza, dei muri, per erigere i divieti, operare scelte veloci e opinabili, speculazioni economiche, l’apologia del “self made man”, dell’uomo italiano che pensa prima a se stesso, ai propri confini, alla propria casa, famiglia e gente, che è euroscettico per partito preso perché non accetta decisioni condivise e sagge se non le sue, è tutta, ancora una volta, studiata a tavolino.
Questa non è la riflessione, semplice, per la battaglia populista dei movimenti contro l’establishment, alla élite, al ristretto gruppo di persone selezionate e scelte perché capaci e meritevoli; non è, ancora, la battaglia contro i partiti e le regole secolari della Politica.
Al contrario, solo una riflessione in più, per fare rete, per rispolverare concetti forse antichi, radicali, di ridistribuzione e condivisione dei mezzi, delle poche risorse disponibili, materiali e immateriali,del tempo da prestarsi e dello spazio da ridisegnare e coabitare.
È un monito, speranza viva, al ritorno a una maggiore consapevolezza dei propri diritti, mai sufficienti, per ottenerne degli altri.
Sapersi sempre difendere dalle opportune e orchestrate politiche shock, non farsi trovare impreparati né farsi intimidire.
Perché, escluse le calamità naturali, sulle quali nulla o poco possiamo, a tutto il resto si può sempre dire di “no”, ci si può opporre, combattere, rilanciare con proposte credibili e alternative.
Non è anti Politica, l’esatto contrario: il ritorno ad una Politica che soddisfi, che sia credibile e vicina, che elegga delle élite capaci e non spregiudicate, più illuminate, pronte anche a compromettersi e a scegliere concretamente, lontane dalla narrazione del “giovanilismo” fine a se stesso e della discriminazione anagrafica, capaci di scegliere e assumersi tutte le responsabilità senza delegare o far ricadere le colpe su “chi le ha precedute”.
Reagire, eleggere utilizzando gli strumenti di sempre, le leggi elettorali sempre migliorabili, nel rispetto totale della Costituzione, senza inneggiare al “nuovismo”, mai attraverso la paura e lo shock, la bufala, le fakenews.
Le regole servono sempre, così i partiti e le loro storie, così le ideologie e i principi cui ispirarsi, mai tramontati e svaporati, semmai erroneamente applicati.
In alto a sinistra, scriveva Erri De Luca in un suo romanzo, con esplicito riferimento ai libri e alla loro posizione, alla scrittura e al suo verso.
In alto, sì, e possibilmente aggiungo ad una Sinistra che non cerchi mediazioni ma sia capace di scelte radicali e coraggiose, come ribadisce più volte Naomi Klein
Politica, sì, non shock.

25stilelibero