In vasca oggi solo macinatori di metri.
Pochi, a scorrere avanti e indietro, a ritmi incalzanti, di cronometri che scandiscono secondi belligeranti.
Eppure, dopo la liberazione di tossine, lo sforzo in vasca, anche nell’esercizio più duro percepisci come non mai quella irresistibile dimensione della sospensione.
Dedicarsi a sé, alla propria cura, volersi bene, tutto qui.
Le feste sono una parentesi di sospensione, lontana dalle frenesie del quotidiano e, ammettiamolo, dalla maggior parte delle amenità e superficialità cui siamo abituati, anche innocue, ma che sottraggono altro tempo.
Ti accorgi della ricchezza di potere vivere liberamente, di disporre del tuo spazio senza impegno, senza la necessità di misurare le parole e il loro peso.
Quando sei scevro e slegato da questo tipo di vincolo, in fondo ti misuri meglio: ti percepisci sotto altre forme e angolature.
Certo, per molti le festività possono essere anche momento di profonda malinconia e solitudine, parametri di confronto, personali, con precedenti vite e ricordi, condizioni penose e gravi.
Eppure, se imparassimo a slegarci il più possibile da aspettative e proiezioni, ologrammi, dall’idea che ci siamo fatti di noi stessi cui dover corrispondere, ci accorgeremmo di non conoscerci abbastanza.
Delle banalità, niente di più, che aiutano a sentirsi e viversi meglio.
Concedersi ore di riflessione in più, mettere bene a fuoco ciò che già conosciamo, riconsiderarlo attraverso nuove angolature e prospettive e, soprattutto, soffermarsi e perderlo, il tempo.
Lasciarsi un po’ vivere come scelta, non come limite comportamentale.
Per tutto questo hai bisogno di una parentesi che, oggigiorno, coincide prevalentemente con un periodo di vacanza, obbligata o meno.
Fare scorrere il tempo senza opporvi resistenza, lasciarsi osservare e osservare ogni minimo dettaglio, anche il più insignificante, il colloquio cui assisti senza intenzione.
Sì, un vero privilegio.
Perché sai che non sarà eterno, che è una bolla che ti culla appositamente e, finita la vasca, finirà anch’essa.
Quanti dialoghi slegati, assurdi e improponibili affollano le nostre giornate semplicemente quando li cogliamo nella loro interezza e, per farlo, non dobbiamo essere distratti da altro.
Oggi una signora, in vasca, si lamentava del sale, del suo rapporto con le pietanze, della sua impossibilità di mangiarlo e utilizzarlo.
Non si capiva, dalla argomentazione, se non potesse ingerirlo per motivi di salute, perché non le piaceva, perché era incapace in cucina.
Insomma, sommava motivi ad altri acconciandoli senza soluzione di continuità, illogica.
Parlava di come cucinare il pesce al sale, come utilizzarlo e non nuocersi.
Non sono un cuoco provetto, ma riflettevo che il pesce al sale è solo guarnito e ricoperto di sale, non necessariamente lo si ingerisce.
La sospensione di cui parlo è anche questa: perdersi in discorsi senza senso, criptici, comprensibili solo per colui che li proferisce e dipana male, utilizzando parole sbagliate.
La stessa leggerezza e sciatteria, voluta, quando circoscritta, mai barbarie o cialtroneria fine a se stessa può produrre non poco piacere.
Sarebbe un eterno privilegio potere nuotare sempre in questa sospensione, uno stato di grazia, un’alchimia da apprezzare in quanto rara.
Fare l’ordinario senza qualcuno che è lì a cronometrarti, a dettare regole, le sue, è sempre un privilegio.
Muoversi indipendentemente.
Quanto è importante il silenzio, la possibilità di interagire con poche persone, lasciarsi vivere per averlo deciso.

25stilelibero