Invece di dover subire la comunicazione incentrata sui pulsanti rossi più grandi, su chi sarebbe più sconsiderato e folle da innescare un conflitto nucleare per primo; invece di leggere in modo strumentale e strattonare, da una parte e dall’altra, quel minimo di attenzione e senso critico umano per il disagio prima economico dei cittadini iraniani; invece di leggere delle schizofreniche ipotesi di alleanze e complotti in Medio Oriente, di pseudo riavvicinamenti contraddetti nella parabola di qualche secondo; invece dei tweet notturni, sgangherati e replicanti una cultura ossessiva e denigratoria della donna nello stesso Paese in cui le più grandi attrici americane lanciano l’iniziativa “Time to give up” e vestono di nero nella celebrazione degli Oscar; invece di polemizzare sui sacchetti biodegradabili dal costo compreso tra uno e cinque centesimi; invece delle tre gambe di cui si dice certo Salvini a meno di una diversa eugenetica – da qui si comprende che neanche conosce il significato della parola; invece di urlare al complotto e fare e disfare su piattaforme non funzionanti pur di dare un’ossessiva e ormai fatiscente sensazione di maggiore democrazia; ma del sano ed eloquente silenzio non sarebbe più opportuno e sano per ognuno di noi?!
Tutti replicanti gli stessi commentari, affacciati alle finestre virtuali, ai balconcini dai quali si ritraggono in un malato selfie a testimoniare che son vivi tanto da prodigarsi in aforismi incomprensibili e tribali, va tutto bene tranne il silenzio.
Tramestio, sferruzzare, cliccare, picchiettare, baluginare, insomma fare rumore per esserci.
Starsene zitti, no?!
Osservare, respirare a fondo, contare fino a mille e poi disconnettersi dalla ritualità.
Non c’è alcun bisogno d’evidenziare ed enfatizzare l’idiozia cui siamo, ahinoi, abituati, ma non abbastanza se la rimbalziamo all’infinito.
Forse, davvero, siamo incapaci di fornire soluzioni e prospettive determinanti, risposte a cittadini ed elettori. Allora, tanto vale attardarsi tra selfie, aforismi, comblotti e non complotti, urla e parolacce sguaiate.
Eppure, basterebbe poco: veicolare buone, credibili notizie.
Non i comblotti, né i complotti.
Per esempio, oggi, una scoperta scientifica degna di nota, un passo avanti, una speranza e qualcosa che somiglia a una prossima soluzione.
Un’informazione di servizio che può essere sfuggita tra un rantolo e l’altro nel villaggio globale.
Magari non ascoltata, mal interpretata tra il picchiettare nervoso sulla tastiera e il vociare, continuo e inutile. Diverse agenzie stampa hanno parlato della “scoperta della droga dei tumori”. Un titolo ad effetto, certo, ma almeno poggia su basi scientifiche, non opinabili, non blaterabili, non scie chimiche o pseudo tali.
E’ stato scoperto il meccanismo che dà energia ai tumori e che li rende dipendenti da questa continua ‘ricarica’, come farebbe una droga, permettendo alla malattia di continuare a crescere.
Individuato nel 2012, nel più aggressivo tumore del cervello, il glioblastoma, lo stesso meccanismo è stato visto in azione in molte altre forme di tumore e rende possibile utilizzare contro questo obiettivo farmaci già esistenti.
Il risultato, pubblicato sulla rivista “Nature”, è del gruppo della Columbia University di New York, guidato da Antonio Iavarone.
Uno dei più celebri ‘cervelli’ fuggiti all’estero, italiano appunto.
Alla medesima ricerca hanno partecipato molti altri italiani come Anna Lasorella, Angelica Castano della Columbia, Stefano Pagnotta, Luciano Garofano e Luigi Cerulo che lavorano fra la Columbia e l’università del Sannio a Benevento.
I primi indizi dell’esistenza di questo meccanismo, indispensabile per alimentare i tumori, risalgono al 2012 quando Iavarone con Anna Lasorella aveva identificato una proteina che non esiste in natura e nasce dalla fusione di due proteine, FGFR3 e TACC3.
Dopo la scoperta i ricercatori avevano notato che la nuova proteina agiva come una sorta di ‘droga’, capace cioè di scatenare il tumore, di alimentarlo e di legarlo a sé, rendendolo completamente dipendente.
Era stata osservata in azione nel glioblastoma e si sospettava che potesse essere alla base di molte altre forme di tumore.
A distanza di cinque anni è arrivata la conferma: la fusione genica è una delle più frequenti in tutte le forme di tumore.
Iavarone, nel descrivere quanto scoperto, ha evidenziato come la proteina è stata trovata in percentuali comprese fra il 4% e l’8% in quasi tutti i tumori, come quelli di testa e collo, vescica, seno, cervice uterina, esofago e polmone. Se recentemente era stato confermato che il ‘motore’ dei tumori si nasconde nelle centraline energetiche delle cellule, i mitocondri, il gruppo di Iavarone ha ricostruito il meccanismo che lo rende possibile: è la proteina di fusione FGFR3-TACC3 ad alterare il metabolismo dei mitocondri, accelerandone il funzionamento e facendo produrre loro una grandissima quantità di energia indispensabile ai tumori.
Il suo virgolettato, per nostra fortuna, fa il giro del mondo: “abbiamo identificato la rete molecolare che va dalla mutazione all’attivazione dei mitocondri” – ha confermato Iavarone – “e conoscere questo meccanismo significa avere a disposizione nuovi farmaci per bloccarlo”.
Scusate se è poco, invece di continuare a straparlare di questioni sì importanti, ma la cui molteplice e variopinta lettura, sempre opinabile, finisce per ridicolizzarne l’essenza e, comunque, storna ogni interesse e pazienza dei comuni mortali, anche i più critici, dalla stessa.
Invece di, solo vere buone notizie.

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