“Lo sai che l’altro giorno”, mi racconta mia madre concitata, “sono stata dall’ungherese che si trova sulla panchina”.
“Ma chi?” – le chiedo.
“Sì, un signore con il quale tuo padre ha fatto amicizia. Molto carino. Praticamente ha scelto come propria dimora sempre quella panchina. Quell’unica, sulla strada in direzione del mercato. Lo puoi trovare a tutte le ore, del giorno e della notte. Proprio ieri pomeriggio, passandoci, ho visto che piangeva e si lamentava ad alta voce del freddo e dell’assenza di comunicazione”.
“Ma parlava a te?” – l’incalzo.
“No, a me come a chiunque potesse ascoltarlo. Ha invocato un interlocutore”.
“Era disperato”.
“E tu cosa hai fatto?”
“Sono tornata a casa e ho cominciato a dipanare i pensieri, li ho stesi sul tavolo da cucina e mentre ero indaffarata in mille altri sentieri ho provato a immaginare come rendermi utile. Per il freddo, posso portargli delle coperte, ne ho molte”- mi sono detta.
“Per la comunicazione posso raccogliere un po’ di vecchi cellulari, funzionanti, nel caso possa o voglia comunicare con qualcuno”.
“Ma, i cellulari mamma?! Non mi sembra a istinto l’idea geniale con la quale declinare l’assenza di comunicazione. Forse hai corso troppo, su di un altro binario”.
“No, perché nel lamentarsi, ha sillabato la parola cel- lu- la- re. Si lagnava, poi è stato molto più di un lamento, un grido disperato”.
“E allora ne ho portati due”.
“Sì, vintage” – le ho replicato.
“Hai verificato che funzionassero? Con le rispettive batterie, carica batterie, auricolari e quant’altro?”.
“Certo”.
“E quando sono tornata per portargli il tutto non c’era. Allora ho nascosto la busta con i cellulari dietro un cuscino con federa bianca, in cotone, che lascia a presidio della propria postazione. Un simbolo per renderla inespugnabile, la sua panchina”.
“E poi?”
“Poi mentre mi allontanavo per tornare verso casa, mi si materializza di fronte. Camminava in direzione opposta alla mia. Mi ha salutato. L’ho salutato e gli ho spiegato perché lo avevo cercato ed ero tornata, proprio lì”.
Il racconto di mia madre termina con la descrizione commossa del signore ungherese che la abbraccia, la fa sbandare con il peso, di gratitudine, barcollano ma non mollano. L’afflato.
Ringraziandola all’infinito, lei si congeda lentamente. Oggi tornerà a verificare che stia bene, dovesse avere altre impellenze. Nell’accomiatarsi anche lei l’abbraccia.
Storie di ordinaria quotidianità, che sbigottirebbero qualcuno, indignerebbero forse il meno inclusivo degli interlocutori, invece sono dettagli, minimi, di giornate trascorse a sopravvivere.

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