Lo so cosa faceva Filomena quando andava avanti e indietro meccanicamente.
Sempre la stessa distanza, non un centimetro in più, uno in meno.
Disegnava traiettorie geometriche.
Apparentemente niente, sembrava persa.
Si sfregava le mani fino a prodursi arrossamenti, screpolarle, sottrarre il primo strato di epidermide.
Sanguinava, le fasciava.
Simulava incidenti domestici.
Era più forte di lei.
Nei movimenti meccanici, ripetitivi, quasi autistici, il suo pensiero dominava l’incontinenza del corpo, comunque sgangherato, che si produceva in stranezze.
Sembrava un misto tra una santona e una pazza.
Il corpo le andava dietro con affanno, ansimante, mentre la mente metteva a fuoco obiettivi e pensieri.
Li fissava per qualche secondo, visualizzandoli in ologrammi.
Le si materializzavano come nuvole vaganti, cui solo lei aveva accesso.
Poi, ricominciava a percorrere i cateti dei triangoli, i perimetri delle figure geometriche più strampalate.
Tracciava il terreno.
Obbediva alla sua apprensione, all’ansia dilagante.
Filomena sapeva ascoltarsi, lo faceva a modo suo.
E quel giorno, a bordo vasca, mi ha confidato che non sarebbe più tornata indietro.
Non aveva ancora voglia di nuotare, ma tutto le era improvvisamente chiaro.
Non la prospettiva, che cambiava di minuto in minuto, troppo repentina per essere prevista.
Non il lavoro, sempre più instabile per tutti.
Non quanto avrebbe fatto per sopravvivere, ma l’atteggiamento che avrebbe conservato.
La sua resilienza partigiana, di più, la ritrovata ostentazione, l’amor proprio e gli ideali che nessuno,
proprio nessuno, le avrebbe potuto sottrarre.
Il ritrovarsi l’aiutava ad affrontare, spavalda e noncurante della reazione degli altri, il proprio futuro.
Le erano chiari gli affetti, gli amori, le persone di cui circondarsi e con i quali affrontare qualsiasi esame e pericolo.
Avrebbe potuto essere sconfitta reiterate volte, cadere, screpolarsi le mani fino a renderle irriconoscibili, ma si sarebbe sempre rialzata.
L’importante, mi ripeteva, in attesa del moto di rivoluzione delle cose, del cambiamento prodotto, era reagire.
Farlo di continuo, con le persone che ti sostengono.
Quelle che ti amano a prescindere.
Filomena avevo abortito da poco, me lo aveva raccontato in un attimo di confidenza, uno iato tra la determinazione e i moti meccanici.
Era stata molto male, aveva avuto delle complicazioni: o lei o il bambino.
Insomma, il tempo scorreva e non ne aveva altro a disposizione.
Non giudicava mai nessuno, ma a suo avviso le cose dovevano arrivare al momento opportuno, quello possibile.
Era stata lasciata.
Senza compagno, senza figlio, senza maternità.
Il buio.
E allora non nuotava più.
Mi osservava, elaborando il lutto nei moti meccanici e, allo stesso tempo, mettendo a fuoco una volta per tutte i suoi obiettivi.
Mentre macinavo vasche, ogni volta che concludevo i 25 metri, mi fermava.
Mi stoppava per consegnarmi un altro segmento del suo ragionamento.
Era pronta?
Ora sì.
Avrebbe superato qualsiasi difficoltà dopo il bambino, il lutto, e l’alienazione.
Erano passati diversi mesi, a bordo vasca, a raccontarsi e solcare geometrie.
Dopo tutta quella sofferenza aveva più chiara la sua percezione.
Come se un interruttore fosse scattato dentro lei, avesse azionato un moto irreversibile.
C’era solo da rimboccarsi le maniche, darsi da fare.
Le ingiustizie e gli incidenti si sarebbero sempre verificati, per il caso, per l’arbitrio, per il capriccio di qualcuno.
Non sempre si potevano far prevalere le proprie sacrosante ragioni, né pretendere la punizione esemplare di chi aveva ordito il danno.
Continuare a resistere, però, sì.
Con i giusti strumenti, le parole efficaci, i consigli, tutte le consulenze che non avrebbero permesso a nessuno, mi ripeteva scandendo “nessuno”, di recintarla più nella gora di quel dolore.
Ero felice nel sentirle proferire queste frasi, ridondanti, forse un po’ umorali quanto profetiche.
Pur distraendomi di continuo dalle bracciate, facendomi perdere andatura e ritmo, capivo che stava evolvendo.
Le dissi che faceva bene.
Che vivere non dimenticando mai la sponda del fiume cui affacciarsi, di tanto in tanto, per scorgere il cadavere di chi l’aveva precipitata in tanto dolore, era un binomio di reazione giusto.
Doveva riprende in mano la propria vita dopo il lutto, il compagno che l’aveva abbandonata e che, fortunatamente, aveva subito rimpiazzato con un altro amore.
Gli amici di sempre c’erano e ci sarebbero stati.
“Dai”- le dissi- “ora puoi tornare a nuotare e sentire il silenzio dell’onda, dell’acqua che ti trascina e accompagna”.
Filomena mi fece cenno di sì, stampò un sorriso dapprincipio timido, poi dilagante.
Sono ripartito, altri 25 metri, e nuotava già nella mia scia.

25stilelibero