Ho sempre avuto una forte allergia per le chat, le conversazioni private e circoscritte a poche persone, su specifici temi.
Il concetto della “chat”, seppure avveniristico ed efficace dal punto di vista tecnologico, poiché raggiunge molti, in tempo reale, consentendo un immediato ritorno di opinioni, lo trovo implicitamente offensivo.
Se voglio discutere di un problema, confrontarmi con differenti soluzioni possibili, in fieri, ragionate, aprire un tavolo di lavoro e discussione non devo entrare in un luogo virtuale, comune a pochi eletti e scelti.
La chat, in definitiva, con il suo nuovismo e civismo super partes, seppure in potenza efficace, finisce per essere super e oltre qualsiasi parte riconosciuta.
Nel bene e nel male.
Non potersi identificare con alcuna forza e partito politico non è, necessariamente, un bene, anche se oggi è troppo facile sostenere il contrario, ammantarsi di distanza da ogni storia e cultura già esplorate e codificate.
Il già testato è considerato vecchio e stantio, non abbastanza efficace e nuovo per vestirsi di attendibilità.
Se oltre alla novità abbiamo la trasversalità, esibita a tutti i costi, il binomio consente di prendere le distanze da tutti, smarcandosi da qualsiasi critica e biasimo.
Allo stesso tempo, però, dal punto di vista della comunicazione passa il concetto della setta più o meno organizzata, impegnata a difendere se stessa.
Salvo che non si tratti di una chat di privati cittadini, intenti a condividersi gioie e amenità varie, superficialità, discussioni private in amicizia, utilizzare il canale come mezzo “istituzionale” o qualcosa che gli somigli, per trovare un’identità, una spazio fisico e risolvere a proprio modo un problema, non mi sembra opportuno né serio.
E prescinde dall’effetto del proposito ed azione, dal risultato finale.
E’ più un volersi mantenere equidistanti dai gangli politici con una presunta verginità.
Così di fronte il cadavere, l’efferatezza, il problema sul decoro urbano e la mancata integrazione, difficile convivenza di più culture non possiamo scegliere
la chat.
Non s’improvvisa niente, solo per elencare alcune delle urgenze e drammaticità di questi giorni.
Mi spiace che in un periodo storico come l’attuale, di politica molto liquida,
dove la distanza è proporzionale alla fiducia, la rappresentatività è destinata a incepparsi e innesca, pertanto, un profluvio di chat.
Se sono contenuti da condividere dovrebbero essere pubblici, di dominio e accesso generale, non appannaggio di chi è iscritto a un gruppo.
Sembrerebbe una questione solo formale, ma a mio avviso diventa parecchio sostanziale.
Non si può prescindere dalla storia e dal tessuto sociale di un territorio, superandolo con la chat privata di alcuni suoi cittadini per essere più credibili. La propria protesta e proposta va condivisa, sempre, con gli apparati già esistenti, le reti istituzionalizzate, i partiti e le forze politiche.
Le chat sono mosse, sicuramente, dalle migliori intenzioni e disponibilità, ma rischiamo di essere solo fraintese: mi piacerebbe che ogni riunione fosse in un’agorà aperta e pubblica, dove tutti possono partecipare e dire la propria senza condizioni sulla comunicazione, né regole formali cui sottostare, né messi riservati di cui servirsi.
Oggi appena si consuma un’efferatezza, un fatto grave che disvela insicurezza e assenza di controllo reale, di politiche specifiche che sortiscano immediate soluzioni, anche le migliori, si preferisce radunarsi di lato, creare la chat, innescando nuovi flussi civici. Non si rischia di disperdere forze?! Il mio è un ragionamento ad alta voce che mi lascia, tuttavia, perplesso rispetto al disegnarsi di una metapolitica.

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