Sono stato in silenzio per un po’. Non che non abbia vissuto il disagio, la tristezza, a volte la rabbia per il ritorno mediatico che ne è scaturito.
Come ho provato, nel tempo, timore per la realtà che si dipanava, in continuo cambiamento, senza sbrogliarsi mai. L’Esquilino, piazza Vittorio.
Un bandolo indomito, un rocchetto gigantesco, un arcolaio in azione senza vedere risultati tangibili.
Eppure, tra una bracciata e l’altra, sempre visionaria e allo stesso tempo muscolare, ho riconsiderato tutti gli anni trascorsi in questo quartiere.
Mi ci sono trasferito nel 2007.
Sono, pertanto, almeno dieci anni che ci vivo.
Mi sembra ieri.
Prima ho abitato in quartieri residenziali, sempre del Primo Municipio.
Mi sono trasferito all’Esquilino per amore, perché ho deciso di convivere con la persona che ho poi sposato.
Non abbiamo figli, ma non smettiamo mai di girare e indagare il territorio, bulimici di comprensione e condivisione.
Come fare vasche, venticinque metri su venticinque.
Dei due, io il più pigro ma, probabilmente, anche il più curioso e sfrontato, con instillato quel senso etico, così profondo, da immobilizzare e togliere l’aria.
Il rapporto con il territorio è stato, da subito, molto forte.
Catapultato nella realtà multietnica, ricordo che sotto il Sindaco Walter Veltroni, diversi anni fa, scrissi una lettera aperta, come cittadino, pubblicata in una rubrica celebre di un giornale.
La giornalista, allora, mi rispose cogliendo la sfida, auspicando che la vivacità del rione, tra le mille contraddizioni, potesse risolversi come nel miglior finale di ogni romanzo epico americano.
Nella lettera, allora, già m’interrogavo sul futuro del rione.
Perché, se da una parte vivevo prigioniero di una sorta di malia, d’incantesimo dove mi sembrava sempre la prima volta, e interagivo davvero con molte culture in modo diretto, non senza problemi ma interloquendo sempre, creando ponti e possibilità da sviluppare; dall’altra mi chiedevo se le comunità più presenti nel rione si sarebbero mai amalgamate e avrebbero cercato un contatto reale con gli altri residenti.
Erano dieci anni fa. Ne sono passati di anni.
Ho visto materializzarsi esperienze fantastiche, scoperto luoghi incredibili, visitato mercati che m’immergevano in un’altra dimensione, un effetto lisergico innocuo e desiderato.
Era tutto nuovo, diverso, aperto e inclusivo.
Magari disordinato, certo, ero intrecciato in più idiomi, e le prime licenze acquisite per aprire negozi tutti uguali, che vendevano stessa merce a stesso prezzo, destavano più di qualche dubbio.
Comunque, nella proporzione, tutte le tradizioni e culture erano sempre preservate e valorizzate.
Poi, con il tempo, c’è stata una progressiva accelerazione nella omologazione di degli esercizi commerciali a scapito di piccoli negozi, ancora resilienti, che hanno finito con l’abbandonare il territorio.
Parallelamente, però, la seconda generazione dei migranti cinesi nel rione, così di indiani e bengalesi nuotava con me; potevo verificare che i bambini parlavano romano interagendo perfettamente con chiunque, esibendo più padronanza di molti di noi.
I loro genitori, un poco più restii.
Tra alti e bassi, sono proseguite molteplici iniziative culturali, dall’Arena del Cinema di Piazza Vittorio alle varie Feste di quartiere, dai mercati rionali ai ristoranti che aprivano, dai mercatini dell’antiquariato che popolavano i portici umbertini alle scuole ed esperienze di Intermundia, dai servizi gratuiti al cittadino alle iniziative locali per cooptare gente, conoscerci e conoscere.
Le interminabili file di fronte le pasticcerie e trattorie più assortite di Roma che ricadono anche qui: il Palazzo del Ghiaccio, Regoli, la pizzeria da Michele, il Tempio di Mecenate, la trattoria Morgana, la gelateria Ornelli ed il suo ristorante, Danilo, il più recente salotto Caronte, il famigerato Panella, l’immancabile Sonia, i kebab e falafel più buoni di Roma.
Insomma, la gente veniva ai giardini di Piazza Vittorio estasiata ed incredula, entrando in una babele, in un’avveniristica dimensione dove s’improvvisavano e strutturavano esperienze culturali, arricchenti, tutte a buon fine, intraprendendo un incredibile viaggio senza doversi spostare di molto.
Progetti pilota, sempre ai battenti, un continuo divenire e sperimentare.
Magari, non mancava mai il rumore, i decibel del mercato spostato in via Principe Amedeo costringevano ad un party perenne, e anche questo era vita.
Passeggiare sotto i portici della piazza umbertina più importante della Capitale è sempre stato affascinante: e non per feticismo culturale, per atteggiamento progressista, per una posa intellettualistica, per il politically correct.
Era e continua a rappresentare una sfida di progresso, tolleranza e studio di una realtà che evolve.
In questo territorio mi è capitato di visitare le scuole più interessanti che abbia mai visto, di parlare con insegnanti eccezionali, srotolare storie commoventi, intervistare migranti che descrivevano la propria odissea come cifra irrinunciabile della propria identità, rivendicando di volere restare a vivere per sempre a piazza Vittorio, possibilmente all’Esquilino.
Tutte le volte che mancavo dall’Esquilino, oltre agli amici e ai vicini di casa, persone impagabili, a mancarmi era il rumore: nelle sporadiche assenze, affidate a pause lavorative che mi portavano altrove, sentivo la mancanza del clangore, dei clacson, dei crocicchi animati.
Tutti potevano accedere ovunque e cimentarsi in una comunicazione improvvisata, più o meno proficua.
Qualche problema sulla pulizia c’è sempre stato, così come, a flussi alterni, il decoro era messo a soqquadro.
Ho assistito a rari momenti di conflittualità, che non hanno mai coinvolto i cittadini italiani del rione, perlopiù erano liti interne alle differenti comunità straniere.
Comunque, episodi sporadici, rimasti tali.
Per questo spaventa e avvilisce che negli ultimi tre anni si sia diffusa paura e incertezza, troppa precarietà, numeri nuovi e deliranti.
Non solo per chi vi risiede, ma anche per chi, occasionalmente, è di passaggio.
Ciò a cui sembri abituato è cambiato, peggiorato negli occhi, perplessi e intimoriti, di chi ti viene a trovare.
Il più grosso ossimoro cittadino: un centro che sembra sgretolarsi.
Perché davvero vivi al centro storico di Roma, punto nevralgico delle comunicazioni e infrastrutture del trasporto cittadino, eppure ti senti lontano, abbandonato al tuo di buon senso.
Assisti alle grida di dolore, di protesta, alle efferatezze più diverse.
Ci stai male, ma rammenti che altrove non è diverso da qui, non in questa città.
Negli anni ho avuto la fortuna di aderire a iniziative, essermi cimentato in discussioni, progettualità, ho contribuito nel mio piccolo ad organizzare eventi e manifestazioni proprio per vitalizzare, ancor più, questo territorio già vivo.
Proprio oggi, però, è doveroso rammentare che negli ultimi anni un gruppo di persone che hanno scelto la politica come mestiere, nel Primo Municipio, ha lavorato e continua a farlo indefessa, senza risparmiarsi.
I bei ricordi e le suggestioni migliori, realtà, li devo anche e soprattutto a loro, ‘ché più di quanto quotidianamente dimostrato non avrebbero, davvero, potuto fare.
Questo gruppo di persone che governano il Primo Municipio, tra mille difficoltà, non si nasconde mai.
Serve concertazione, certo, un asse Governo – Comune di Roma, un piano straordinario che preveda maggiori finanziamenti per tutti i Municipi.
Maggiore presenza sul territorio, maggiore presidio anche per il centro storico con un’attenzione speciale a questo ricchissimo fazzoletto, che porta con sé esperimenti ed esperienze riuscite come, oggi, fatti di cronaca tragici e un evidente abbandono.
Abbandono dove anche la Politica locale più attenta e lungimirante non può arrivare, né le può essere, in alcun modo, addebitato.
Continuo a nuotare, sperare, indagare e, per quel che è possibile, collaborare.

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