Difficile spiegare come ci si sente quando cresci e vedi, ancora giovane, che tutto attorno a te cambia, repentino, distopico, privo di regole e criteri di lettura certi a ammessi.
Il bene, il male, l’etica minima, i propri riferimenti dei quali nessuno mai potrà privarci, certo, ma sei pervaso da quel profondo senso di precarietà e spaesamento, l’imprevedibilità ricorrente, il capriccio insolente di pochi che può condizionare l’esistenza di molti.
Insomma, ci sentiamo tutti più bisognosi di tutele, alla ricerca di un percorso meno incerto e intricato, meno sofferente.
E così percepiamo il tempo: fisso, quasi immobile, identico e noi prigionieri di un recinto dove viviamo esperienze fantastiche, ma che sappiamo essere sempre le stesse.
Come identiche, le metabolizziamo.
Non c’è spazio per la novità, perché è tutto talmente precario, che reiterare comportamenti e suggestioni, per quanto mai soddisfacenti, ci tutela dal peggio, sempre in agguato e limitrofo.
In questa percezione la novità non è più sfida, combacia con la cattiva notizia.
Non siamo più sospesi, incerti funamboli, pronti ad aspettare la nostra rivoluzione, vestiti di speranza che si autoalimenta.
Al contrario: ci ripieghiamo su noi stessi per evitare che la percezione del disagio incrementi, per attutire i colpi indigesti e imprevedibili.
Ci riscopriamo sentinelle, belligeranti, a difendere diritti acquisiti con difficoltà perché anche l’ovvio, certo, culturalmente digerito, somatizzato, temiamo possa essere rimesso in discussione.
Votiamo e non esiste un esito certo. Ci polarizziamo, allora, su idee che abbiamo attualizzato, rifondato, rigenerato perché siamo abituati alla serietà e a una storia politica, ad avere una cultura di riferimento.
Non c’è stato mai spazio per quell’improvvisazione che, oggi, regna sovrana.
E ne abbiamo fatti di sforzi, di rinunce: siamo cresciuti con un orizzonte differente, gremito di sogni rubati.
Eppure siamo bulimici di altra esperienza, come dovessimo chiudere una storia cominciata con i migliori propositi, sfilacciatasi durante, lastricata di lacune ma con un finale a sorpresa, comunque ottimista.
La reattività instancabile non ci abbandona, così i sogni rubati che continuiamo ad alimentare e speriamo domani s’inverino.
Per questo, nonostante tutto, torniamo ad ascoltarci.
Ci nutriamo di storie ed esperienze, lasciamo che la curiosità, resiliente, continui a orientarci.
Ci parliamo molto, senza sintesi, a volte inutilmente, ma verbalizziamo e scriviamo di più.
Lo facciamo materialmente e con sguardi e silenzi eloquenti, compressi in un metaforico viaggio, in transizione da un mondo a un altro, nutrendoci di nuovo ottimismo, cimentandoci nella rifondazione d’idee, progetti, relazioni e fiducie, aspettando che qualcosa, alla fine, accada.
Nel viaggio ci attiviamo sostituendo prospettive con altre, annichilendo i sogni migliori per sostituirli con quelli credibili, più verosimili, comunque sogni.
Nella traiettoria dettata da esiti incerti, corroborata da risultati politici improbabili, dall’assenza di certezza e avviluppati nella precarietà e nell’effimero, non smettiamo di rigenerarci mai. Buon viaggio a tutti.

David Giacanelli