ll momento è liquido quanto contraddittorio. In attesa si costituisca un nuovo Governo, ammesso che i numeri si acconcino come le idee, eterogenee, così le smanie di comando e potere, assistiamo all’aumento delle morti bianche sul lavoro, al proliferare di forme di violenza, a gravi episodi d’intromissione a Bardonecchia e al Governo che difende la legge “contro l’aiuto al suicidio”. Si costituisce di fronte alla Consulta. Che aiuto non è, ma in modo sintetico ed esemplificativo possiamo utilizzare questa perifrasi.
Il tema dei diritti è forse quello nel quale la sinistra, quel che ne resta, si è sempre contraddistinta.
Non si capisce cosa stia capitando.
L’esito delle ultime elezioni è stato abbastanza inequivocabile, non tanto sui vincitori – dato il sistema elettorale – quanto su chi le lezioni le ha, davvero, perse.
Allora occorrerebbe, forse, ripartire non solo dalle battaglie storiche, i diritti e l’emancipazione, da una visione più laica della società, più inclusiva ma, allo stesso tempo, non fare finta di niente. Dire la propria posizione su tutto. Non tralasciare alcuna paura. Anche questa è sana ed efficace opposizione.
Non restare sempre “minoranza” nella maggioranza. Perché le minoranze non esistono più e, se esistono, penano come le maggioranze, tutte pressoché indigenti, tutte ammalate dell’incertezza e del senso di smarrimento e vulnerabilità.
Questa è un’analisi che va superata, quella della contrapposizione “maggioranza “/ “minoranza”.
Esiste, solo, un enorme e variegato proletariato sociale.
Sapere esercitare una buona opposizione non significa rinunciare ai propri ideali, ai riferimenti storici che non svaporano mai, ma attualizzarli e cercare di affrontare le paure che scuotono l’Europa, non solo, cimentandosi in nuove radicali soluzioni.
Chiamare i problemi con il loro nome, non fare finta di niente, non temere i pregiudizi ma affrontarli da dentro, non negandoli, ammettendoli.
Se la cartina dell’Italia che ci viene restituita dall’ultimo confronto elettorale è bicolore, giallo/verde, e vede il dominio dei Cinque Stelle al Sud e il centro destra complessivamente tenere al Nord, con un Centro sfilacciato ed eroso dalla Lega che, prima, si fermava in alcuni territori della Toscana qualcosa proprio non ha funzionato.
Non solo nella comunicazione/imposizione delle proprie “inconfutabili” ricette, idee, posizioni, la presunzione di essere sempre nella giusta metà del campo.
Si è verificato un problema di analisi, di offuscamento del racconto, di quel che si è voluto e saputo osservare senza chiedersi o ipotizzare nuove soluzioni al malessere diffuso.
Se la paura delle migrazioni, dell’eterogeneità delle culture, della comunicazione assente e percepita come personalistica e arrogante, se l’assenza di certezza e sicurezza sociali come economiche non sono state intercettate con giusti argomenti da tutte le anime della Sinistra, forse va ritarata la prospettiva.
E non occorrono rottamazioni, rinnovamenti anagrafici, operazioni di maquillage, semplicemente tornare in mezzo alla gente e registrarne la paura, l’incapacità e impossibilità di arrivare, spesso, al termine della giornata.
L’inclusione a prescindere non è la panacea per la fragilità odierna, lo stendardo da esibire e mulinare al vento.
Si può essere democratici e tolleranti, aperti e inclusivi, rivendicare la propria storia e origine non replicandola pedissequamente all’infinito, ma contestualizzandola, mostrandosi coraggiosi di scelte impopolari quanto funzionali.
Non temere d’essere tacciati di “altro” da noi, di non riconoscerci più: importante come sempre è risolvere, provare a farlo, non restare vittime dei nostri racconti. Ripartire da qui.

David Giacanelli