Orti urbaniNon ho mai riflettuto attentamente sul significato, non solo letterale, di questa formula di auguri. L’ho associata a un romanzo appena letto, dove si parla di famiglie allargate, d’incidenti, di morti sfiorate, di ritorni alla vita con repentini cambiamenti.
Di banali coincidenze, cartomanti e quarzi rosa. Di viaggi a Londra. Un romanzo dal quale emerge molto coraggio, dove i personaggi si schiudono a geometrie imprevedibili e variabili, rasentando il misticismo.
Un sano misticismo. Come si prendessero, lavorando e proseguendo a tessere nel proprio quotidiano la trama del proprio destino, il tempo necessario per fotografarsi e osservarsi. Il tutto è colorito da un lessico famigliare. Troppi passaggi mi risuonano.
“Faremo foresta”, il titolo del libro di Ilaria Bernardini.
Non sono qui per parlare del libro, che comunque ho apprezzato, ma della riflessione cui rimanda e che è profondamente esplicativa dei tempi che viviamo.
Parla di affetti e famiglie, di disperazioni e rinascite, di piante morte resuscitate, di orti, giardini, terrazzi, della certosina cura del verde e di specie animali apparentemente insignificanti ma che sono espressione della nostra anima. Insetti e fiori come noi, affannati a sopravvivere e ad acconciarsi alle situazioni che si profilano, nostro malgrado.
I corridoi verdi sui terrazzi e i balconi di Milano fungono da correnti salvifiche per farfalle in via d’estinzione.
Nella tanto abusata società liquida, di cui tutti parlano, dei partiti svaporati, delle ideologie poco esistenti, delle distanze siderali tra rappresentanti e rappresentati, senza cedere nulla al facile populismo e al ritorno di regimi illiberali e autoritari è interessante il sentiero che molte persone scelgono di percorrere.
La crisi come momento di rottura, dal suo etimo, è sempre una scommessa.
Può essere colta come palingenesi.
Non è mai facile, ma senza la rottura non si può ricostruire o cominciare qualcosa di nuovo.
Qualunque esso sia, il nuovo.
Le rotture quasi mai si cercano e disiderano: accadono come i lutti, come sopraffazioni accidentali ed esterne.
Possiamo farci poco: elaborarle e ripartire con nuovi contenuti.
Incontro sempre molta gente a bordo vasca e per strada e mi accorgo che tutti sono impegnati a ricominciare da qualcosa. Da una domanda, una passione, una percezione diversa del tempo, il proprio, di sé.
Smaniano nel porsi nuovi obiettivi e cambiare l’andamento del proprio “ritorno”.
Facile a dirsi, difficilissimo a farsi. Come comprendere dove vogliano dirigersi, ma l’assenza di certezze e la diffusa precarietà economica e istituzionale ci regalano, nostro malgrado, momenti estremi e intensi di riflessione. Per scomporre per ricomporre.
“Many happy returns” a tutti, allora.
Ché non sono gli auguri normali, sono l’invito a reinventarsi e a rinascere di continuo.
Reincarnarsi secondo alcune religioni. L’importante, metaforicamente, è non dimenticarsi di cambiare pelle, non smettere di dimenarsi, compostamente, di sbattere le ali alla ricerca del proprio corridoio verde, delle correnti e quant’altro ci piaccia.
C’è molto movimento in giro e lo percepisci il barlume di un ritorno alla protesta, all’indignazione, al desiderio di occupare spazi e farsi sentire per manifestare il proprio malcontento. Non virtuale, non sulla rete, per davvero.
Una reazione che non si vedeva più, ormai, da anni. E non solo per la nascita delle nuove tecnologie, piuttosto perché m’illudo stia lentamente rinascendo un senso civico profondo che non perdona e non risparmia più nessuno. Come se la pazienza, stracolma, avesse segnato il punto imprescindibile di etica minima dal quale ripartire. Senza trucchi e inganni.
Many happy returns.

David Giacanelli