Marcello Fiore attoreTi lascia basito, con il cuore in mano che gronda pianto. Ti lascia indugiare e fluttuare tra un profondo senso d’ansia, tristezza e rabbia. Eppure, lo capisci subito che in ognuno di noi auspicheremmo vivesse un Marcello Forte. E forse c’è, bisognerebbe risvegliarlo, tornare indietro nel tempo ad un realismo estremo, scavare e scorticare epidermidi fino a trovare quell’antica genuinità. Quella porzione infantile d’innocenza, che sopravvive e si alimenta nel tempo, ancora in molti di noi.  L’attore di Matteo Garrone, insignito della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes come migliore attore protagonista, dalle interviste ed i commenti rilasciati risulta molto simile, caratterialmente, al personaggio interpretato. È un raro caso di assenza di contaminazione, di sovrastrutture inutili ma, al contempo, dotato di istintiva sagacia ed enorme umanità. La sua prospettiva coincide con la capacità di vedere e sentire, ancor prima, la disperazione propria e delle persone. Marcello uomo e attore è l’antitesi precisa della narrativa dell’italiano medio, che c’è stata propinata e raccontata, piuttosto inculcata e fomentata, nell’ultimo ventennio. Il personaggio e l’uomo, in questo caso s’identificano e coincidono, rappresentano la rivoluzione orgogliosa contro l’etica del successo, contro l’ostinazione e la pervicacia nel riuscire, nel costruire, nell’inverare modelli edonistici, conseguire fortune, nel sovrapporre mattoni per erigere palazzi.  Così com’è antitesi, sempre antropologica, del pressappochismo e della duttilità umana, piccina, nel sapere prendere sempre scorciatoie, ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, crogiolarsi di ambizioni, prodigarsi ed ambire ad un consumo sfrenato, a possibilità sempre esibite come le dipendenze. Ottenere, consumare ed esibire: un trinomio che Marcello annichilisce con il silenzio e lo sguardo, l’essere appagato dalla sua esistenza pacata, incastrata perfettamente nell’universo mondo senza fare rumore. Marcello ascolta, è sempre disponibile per indole e curiosità, perché apparentemente imbelle e inerme e, piuttosto che combattere, si sacrifica per gli altri, si oppone diversamente. Salda il conto di ingiustizie altrui. È il “migliore amico dell’uomo”, come lo è dei cani, del mondo animale. Senza svelare nulla di una trama magari ancora sconosciuta, almeno il caso subentrerà a saldare i suoi crediti. Altrimenti sarebbe solo un’eroina vittima e carnefice del suo stato. Ci piace pensarla così. Abbiamo tutti bisogno di Marcello Forte, di un’opzione differente, l’altra scelta. Così a Cannes i copiosi minuti di applausi ricevuti non erano più il picchiettare e sferruzzare della pioggia sopra le lamiere di casa.

David Giacanelli