Poi t’imbatti, casualmente, come spettatore, in un incidente.

Per fortuna la ragazza che scivola per terra con lo scooter consuma qualche metro d’asfalto, ma si arresta per tempo. Procede ad una velocità moderata e si comprende, dalla modalità della caduta come dalla  postura, che non c’è stato un impatto, un attrito o scontro, se non con l’asfalto che delimita la piazza più grande di Roma.

La ragazza ha prima frenato bruscamente e poi sterzato per evitare un pedone.

Non in coincidenza delle strisce pedonali. Un signore attempato, senza capelli, molto magro ed emaciato all’improvviso le si para innanzi. Lei cade. Le si sfila  il casco e per il dolore resta immobile. Invoca aiuto. Alcuni poliziotti che giustappunto si trovano in ogni angolo della piazza la soccorrono. Potrebbe essersi rotta qualcosa. E’ dolorante. Piange senza troppa enfasi, ma a sottolineare lo spavento e il persistente malore. Sono acuti striduli, nenie disperate. L’uomo attempato, al quale non saprei dare un’età, non è italiano, accenna qualche vocabolo con difficoltà e sembra non avvezzo alla parola. Solo, piuttosto,  al sacrificio, alla sopravvivenza erratica  zigzagando nel traffico urbano. Il poliziotto lo ferma e, indicando con l’indice la ragazza, gli dice  perentorio: “Hai visto cosa hai combinato?”.

Lui resta in silenzio, un po’ spaesato, un po’ contrito. Probabilmente è stato incauto, distratto, ha messo a repentaglio l’incolumità di una persona in preda ai suoi problemi esistenziali. Lo ha fatto mentre si  procacciava una dimora, un luogo sicuro. Accadimenti piuttosto comuni in una metropoli dove regna sovrano il caos. Quel che in questo anfratto di cruda verità si è palesato, in un meccanismo noto ma  ruvido e astioso di sguardi accigliati,  di fronti increspate, di labbra nervose e vene pulsanti  è stato il commento di una madre.

Strattonando il proprio figlio piccolo, avvicinatasi al carabiniere che tratteneva il vecchietto  si è sentita, con tutta la sicumera di cui era capace, di apostrofarlo: “Basta, adesso avete proprio rotto, non avete capito che dovete solo tornare a casa vostra? E basta, no”.

Il poliziotto non ha commentato le frasi della signora, ma mi sono fermato lateralmente sulla carreggiata, proprio per osservare l’espressione feroce e la concitazione con la quale, se avesse potuto, se ne avesse avuto facoltà, la giovane madre non avrebbe titubato un attimo per rendere giustizia ai propri rancori,  per soddisfare i propri preconcetti e limiti culturali eletti, comunque,  a verità.

Scorciatoie consuete del pensiero, l’accanimento come  l’urlo, ormai noti e lisergici rispetto  allo sforzo di un ‘analisi compiuta, alla conoscenza come documentazione.  Ormai è questo. Il malcontento tra le persone, anche quando l’oggetto di scherno non  appartiene loro, così il fatto del quale sono stati solo pavidi spettatori, poi rancorosi e audaci  giudici, costituisce la propria anarchica liberazione.  Fa impressione osservare come molte persone si sentono corroborate nelle posizioni e opinioni, aberranti, dalle nuove geometri politiche. Donne e uomini  che appaiono in tutta la propria intransigenza verso gli extracomunitari, ora si sentono legittimati a farlo, scoprono il piacere e l’ostentazione di mostrarsi razzisti, escludenti, protezionisti e individualisti.  Capiamo le emergenze, la necessità di leggere diversamente ogni problema che s’impone come mondiale, l’impellenza imprescindibile da affrontare con nuovi strumenti, ponendo nuovi interrogativi, esercitando l’inclusione in modo diverso e non solo letterale e pedissequo. Ma  questo non  giustifica il crescendo mondiale dell’umoralità bestiale e primitiva. Del “noi” e “voi”, degli “uni” contro gli “altri”. Calcare la mano sulla contrapposizione e fomentare ogni forma di avversione che destabilizzi un ordine come  il più precario equilibrio costituito fa orrore. E ho provato disagio e vergogna per le parole di quella madre, per la sua inopportuna e limitata semplicità, l’indole di chi si accontenta del chiacchiericcio e delle arringhe dai palchi, di chi gioca con i like e le invettive, di chi frequenta solo la piazzetta della Rete, gremita di troppe tante solitudini alla ricerca di un’identità e di un qualche minimo peso.  Un’analisi senza analisi, solo l’espressione di una rabbia indotta e fomentata da tanta campagna elettorale mai terminata,  come il profluvio di propaganda e l’incontinenza sul giustizialismo.  La prossima volta mi fermo: vado dalla signora e le chiedo di sviluppare il suo ragionamento. Di spiegarmi, a parole sue, la connessione tra l’incidente finito bene, la vita raminga e disperata del vecchio signore,  la sua provenienza.

David Giacanelli