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Non posso fare a meno di pensare che serve poco, come l’insurrezione della Decenza. Quella con la “D” maiuscola. Come quando, un tempo recente, ma ormai lontano, passato remoto, si parlava della necessità di un’etica minima riproposta da Marco Belpoliti e molti altri.  In un’intervista a Martin Schulz, oggi su la Repubblica, il politico tedesco suggerisce un provvido quanto irenico approccio al nazionalismo imperante, che non significa desistere, ma fomentare un’insurrezione del bene, della decenza, dei principi sani della democrazia. Un’opposizione ai muri eretti, ai revanscismi xenofobi e alla narrazione del Male come alla necessità di erigere barriere e difendere il “Made in Ue”.

Protezionismo, isolazionismo, una cordata che improvvisamente allinea differenti paesi Ue, che proprio l’Ue contribuiscono ogni giorno a demolire nei principi e nella storia.  Lo fanno orgogliosamente, tra indigeribili dichiarazioni, con l’apologia del patriottismo e l’ologramma della giustizia, del cattivismo, imponendo le proprie regole prima di tutto, la propria cultura intrisa della preoccupazione di preservarsi, come popolo e abitudini, identità. E quest’atteggiamento si giustifica rompendo celermente anni di difficile e delicata diplomazia, di rapporti istituzionali complessi e analisi condivise.

La percezione non più solo mediatica è che tutti i principi garantiti, negli e da anni, diritti inalienabili e altri acquisiti di recente tra battaglie e sofferenze non indifferenti, possano essere manomessi, così come ogni giorno sono violate e manomesse le parole di cui parlava tanto Carofiglio.

Lo stesso Schulz intervistato, allertato e sgomento, ci ricorda che per fare vincere il Male basta che il Bene stia fermo. Come a volere dire che troppa improvvisazione e grossolanità, ignoranza e protervia non potranno annichilirsi da sole.

E la signora attempata e azzimata, che ha sempre vissuto di letture e interessi, sembra quasi in difetto rispetto ai tempi così liquidi. Infatti ipotizza già l’incipiente estate 2018 dilettandosi tra turpiloqui e parolacce, perifrasi e immagini cui non è abituata ma che sembra, a modo suo, dovere almeno rincorrere e comprendere un po’. Per essere al passo con i tempi bui di oggi. Ovviamente, la signora non ci riesce e indaga il presente solo per cercare di comprendere come sia stato possibile arrivarci all’anno zero, alla totale assenza di cultura politica, all’improvvisazione, al panegirico ormai quasi genetico del mezzo che domina su ogni contenuto. Quest’ultimo  incastonato e prigioniero del regno dei Social, dov’è temerario e diverso chi riesce a sopravvivere alla lettura di dieci righe e a qualche tweet, incrementato ultimamente nelle possibilità. Per non parlare di Instagram.

Un giorno un’amica mi ha detto: “Instagram è seguito molto perché consente di costruire delle vere storie corredate di immagini. Si parte dalla superficie  per creare una didascalia sagace e pungente, spaccati dell’odierna società, una breve storia con inizio, sviluppo e fine”.  Tra me e me ho pensato che questo è vero, ma per pochi, per chi come lei ha già la giusta dose critica e consapevolezza dei propri tempi.

Ci si alza con una posizione, si percorre  una china eccessiva e, a fine giornata, si compiono passi indietro: un vorticoso ritrattare, ragionamenti anodini che non aggiungono nulla se non la propria presenza nel cicaleggio estivo, un incessante  reinterpretazione, il gioco con le parole come pedine su di una scacchiera alla velocità della luce, prima che venga chiamato lo “stop”.  Di conseguenza, a fine giornata, c’è da rettificare lo strafalcione che non si è detto sotto effetto lisergico, solo perché ci si scopre più veri, diretti, senza strutture e sovrastrutture. Basta che funzioni. Tutto è ammesso. Lo schema di molta comunicazione politica e istituzionale. E dall’altra parte ci sono i cittadini, stanchi, perplessi nella più coinvolgente accezione, passivi nella più comune, che vedono scorrere il meccanismo impudente e imprudente della nuova politica. Chi lo emula questo gioco, chi si sottrae e isola definitivamente abdicando allo stato di “cittadino”, con doveri e diritti annessi.

Comunque tutti si dogliono. Così si ode anche il barrito dei Capresi che, pur consapevoli di potere godere di un’isola meravigliosa, come poche ne esistono al mondo, lamentano una migliore qualità dei servizi, una leggina che possa equiparare le piccole isole alle comunità montane e  ricevere qualche sussidio in più senza stravolgere qualche articolo della Costituzione.

Un Paese strano il nostro, abbacinato dalla narrazione dell’uomo solo e forte al comando, con camicia bianca esibita, le maniche arrotolate, la fronte madida di sudore, capace di tante metamorfosi quanti sono gli interlocutori. Poi le contraddizioni nei numeri e le numerose gaffe nel teorizzare soluzioni a problemi drammatici sono il pane quotidiano, condito di fake news e  manomissione del vocabolario.

Nella speranza che più prima che poi ci si desti dal torpore e dall’ottundimento degli ultimi mesi, nell’epifania di una rinascita critica, di un pensiero oltre i confini, i recinti, oltre ciò che è solo e sempre “mio”, assistiamo a riti che s’avvicinano al primordiale e tribale.

E però ieri sera, dopo circa 15 anni, il Premio Strega è tornato a una donna, la Janeczek, scrittrice tedesca che vive in Italia da diversi anni, all’apparenza del tutto estranea ai barriti e alle doglianze facili, così come a certo mondo intellettuale, patinato e ovattato. Che sia un primo segnale.

L’insurrezione della decenza è sempre lì, a portata di mano, pronta per rivendicare.

David Giacanelli