Pescasseroli

Si può nuotare in montagna? Sì, tra sentieri che si inerpicano favoleggiando di cime sempre più lontane, tra un sole apparentemente cauto e più belligerante, qualche avvistamento che non sono pesci tropicali né del Mediterraneo, piuttosto volpi e mucche, qualche orso. Nel silenzio della natura, nell’acciottolato ordinato e limpido dei corridoi di Pescasseroli, negli usi e abitudini composti della sua gente è un po’ come ritrovarsi su di un’isola rara. Dove la specie si difende e mantiene compatta e inalterata, senza troppi imbarbarimenti. Ma si può nuotare comunque, anche lì, seduti ad un bar a fissare la gente, come a bordo vasca d’inverno. Si possono registrare i commenti, gli accenti, i moti geometrici e consuetudinari delle persone. Si capiscono molte cose immersi in questa calma apparente. Chi è al centro dell’attenzione e della narrazione degli altri, chi non ama invece alcuna ribalta, chi ancora fa finta di essere immune a qualsiasi mania e smania di protagonismo per cavalcarla ed essere eminenza grigia, costante e decisiva. Ma è possibile nuotare anche in montagna, dove le bracciate visionarie ti riconducono ad un rifugio: qui i pensieri scorrono, si moltiplicano, rincorrono mentre l’acqua non bolle mai. Tutto è dosato perché non facile da reperire e la natura ti scorre accanto in tutta la su potenza, senza diaframmi.  E allora ricominci a nuotare. Hai voglia a catturare immagini: deve essere una mania quella di curiosare, ascoltare discorsi, cercare di vivere le vite degli altri. Sconosciuti. Comparse provvisorie nella scenografia che ci ospita del teatro della vita, tra rimpianti, ideali e proiezioni che, forse, non si avvereranno mai. Forse una patologia questa predisposizione, che è curiosità ossessiva per l’altro, fantasticarne passioni e vita. Anche se comprendi che non è opportuno, forse educato, ma è più forte di te. Devi ascoltare, catturare dettagli, immaginare i pensieri di chi si dimena accanto, collocarli e circoscriverli. Dargli peso, spessore e colore, ulteriore vita.  Come l’ultima volta, a bordo vasca, un signore abbastanza attempato, con la pelle raggrinzita per l’esperienza e le asperità, un accento molto marcato, i movimenti lenti e goffi di chi deve essere stato molto potente, i muscoli tesi in un’epidermide ormai vecchia inveiva sulle piccole figlie, le sue. La madre era al lavoro, parlava ad alta voce con un amico al quale chiedeva di risolvergli la vita, ogni suo nodo. Come gli fosse dovuto.  Rebecca ed Asia, le figlie, facevano di tutto per disobbedirgli e lui non faceva che richiamarle all’ordine, tra minacce ed esercizio sgangherato della patria potestà. Sui pettorali si era tatuato i loro nomi, la testa rasata, gli orecchini discreti ai lobi delle orecchie. E poi la ricerca di soldi, lavoro, telefonate nelle quali disvelava a tutti le pieghe della propria vita sfidando qualsiasi pudore. Di quel uomo potevo intuire parecchio. Così della signora affacciata alla finestra a Pescasseroli. Affacciata appena, senza farsi vedere, spiando la vita dalla tendina traforata di lino bianco. Avanti ed indietro, vasche su vasche, appena sporgeva la chioma folta e canuta per poi tornare a nascondersi. Gli occhi fissi e caparbi.  E così le vecchiette nei crocchi di sedute, sull’uscio di casa con le porte ancora aperte, ad ascoltare la narrazione più ardita. Ne ho catturata di gente. Anche qui. Nella sua straordinaria quotidianità.

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