Sto finendo un romanzo, uno dei tanti, di un autore molto quotato. Un italiano.  Senza volere entrare nel merito di quanto letto, sempre soggettivo, senza soffermarmi su com’è scritto il testo, sulla struttura, la logica e credibilità dei tempi narrativi, gli approfondimenti e le repentine accelerazioni, i personaggi, il loro spessore e lessico non posso esimermi dall’avere pensato a molti amici, un folto gruppo. Gli stessi di un’infanzia e adolescenza ideologizzata, piena di idee possibili anche se impossibili, piccole anche se enormi, vicine anche se distanti.

Sempre arrampicati su rami o tetti pericolanti, alla ricerca di una prospettiva differente, di altri nuovi sogni da coltivare.

Sogno dopo sogno. Sogno schiaccia sogno.

Alla fine, al netto dei sogni, in parte avveratisi in parte no, posso costatare che quel folto gruppo è rimasto romantico e osserva a fasi alterne, dall’alto, tra rami e rovi, nuovi orizzonti e altri sogni, alchimie  da realizzare e riprodurre.

Allora, mi dico, se si nasce come il barone rampante difficilmente si può cambiare.

Ci si smussa ma si continua ad arrampicare, leggeri e un poco incoscienti, in cima ad un albero. Di lì si meditano cambiamenti e nuove prospettive, rigenerazioni.

Questo conta.

Questo mi sorprende, ancora, l’inesauribile forza che ci trasciniamo dietro da quella infanzia.

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David Giacanelli