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Quel che non ammetto e mi fa temere per una deriva accelerata e spronata da nuova incultura, è che mai come in questi ultimi mesi abbiamo assistito al profluvio di dichiarazioni aberranti, perlopiù solo intenti gridati, nell’unica misura ed espressione consentite e in voga al momento.  È stato un continuo attizzare il fuoco per rinvigorirlo. Innestarci, perché la fiamma fosse più grossa e pericolosa, singoli episodi locali, coperti da pseudo regolamenti, che per effetto finale hanno avuto quello di escludere, circoscrivere i diritti di poche persone, tutte italiane. Gli esclusi: figli di extracomunitari. Dei bambini. Il fuoco della paura, dei diritti negati o non riconosciuti. Le pubblicità contro l’utero in affitto, pratica proibita nel nostro Paese, si sono servite di squallide quanto offensive immagini di due papà, il genitore numero 1 e quello numero 2, incapaci di crescere e allevare un bambino triste. Un bimbo che si lagna in un carrello della spesa, ridotto a merce comprata, con un codice a barre tatuato. Niente di più squallido, quando nel Paese esiste una legge che legittima le Unioni Civili, che riconosce molteplici modelli di famiglia e, anche, la procreazione con l’eterologa e molti paletti.  Laddove ci sono procedimenti giudiziari in atto, ci rimettiamo nelle mani della Giustizia. Certo è, però, che sono troppi. Troppi i casi e le questioni sulle quali si continua a fare proseliti di barbari, nell’accezione etimologica del termine. Persone che non conoscono, che parlano una non lingua, differente, che non comunicano se non per sensazioni primordiali. Questa non è democrazia, è apologia dello sfogatoio, di ogni epiteto scurrile e sguaiato, di ogni rivendicazione assurda e scorretta, di più, anticostituzionale. Spesso proprio le sentenze dei giudici intervengono a colmare le lacune legislative del nostro Paese, così come sentenze europee delle Corti internazionali. Tutti sono più avanti della nostra Italietta.  Il caso esemplare, di questi ultimi anni, delle ingiustizie e omertà reiterate, delle cupole del silenzio e delle gerarchie che mentono e delinquono pur di tutelarsi e mantenere la propria posizione, è quello Cucchi. Finalmente ci sono dei colpevoli, si è riaperto un processo grazie a nuove testimonianze, eppure chi ha avuto il coraggio di farlo svuotando tutto il sommerso doloroso, non solo è stato minacciato, ma è diventato vittima come lo stesso Stefano. Riceve telefonate anonime e la propria carriera è stata stroncata con ripercussioni psicologiche rilevanti. I presunti autori del pestaggio, i tre colpevoli compreso il testimone che ha parlato, vedono invischiati pesantemente nella loro riprovevole condotta altri militari, corpo sovraordinato, gerarchicamente superiore. Si parla di evidenti tentativi di negare gli insabbiamenti che ci furono allora. Se neanche le testimonianze e una eco ormai nazionale, presto mondiale sul caso Cucchi, servono a fare ragionare illustri personaggi “nascosti”, per i quali vale più la propria carriera che la vita di un ragazzo, che pretendono l’innocenza comunque, che hanno superiori che si prodigano per loro, allora lo Stato sta abdicando alle sue funzioni. La soglia della decenza, dell’etica, della legalità si è abbassata di troppo. E pur vivendo nelle e tra Istituzioni democratiche, un ingranaggio s’è inceppato per sempre. Attenzione: nessuno vuole omologare o semplificare. Si è tutti differenti, ma è il clima che regna sovrano ad incoraggiare questa soglia ad abbassarsi ulteriormente. Non bastano più le scuse morbide e non incisive del Ministro Trenta, ed è ancora più assordante il silenzio chiassoso, un clangore ossimoro, quello del Ministro degli Interni. Scuse mai arrivate. Lo Stato siamo noi, lo Stato è Stefano Cucchi che è morto per un pestaggio dopo essere stato diffamato in ogni modo, percorrendo qualsiasi menzogna, poco credibile, e strada tristemente diffamatoria. Stefano aveva avuto un problema di tossicodipendenza, si dichiarava colpevole per deterrenza di droga per uso personale, innocente rispetto allo spaccio. Non uno santo, nessuno ne ha fatto un panegirico o costruito l’apologia, ma sicuramente non è morto di morte naturale. E allora basta. Punto. I militari e loro capi coinvolti, secondo differenti funzioni implicati nel medesimo caso, devono pagare. Senza se e senza ma. Trovo assurdo che le più alte cariche di questo Governo non abbiano apertamente e insistentemente chiesto scusa alla famiglia Cucchi, non abbiano posto confini e termini agli sproloqui altrui. E scendendo per intensità, un po’ anche per gravità, altri fatti riempiono le cronache di questi giorni. Sulla scia emotiva, sempre più becera e barbara di chi si trincera nel suo piccolo mondo antico, sbigottiti ed increduli abbiamo assistito   ai fatti di Lodi, così ai suicidi dei migranti che sapendo con tutta probabilità di dovere fare ritorno al proprio paese, hanno preferito togliersi la vita. Così ancora questa esibizione come fosse bandiera da sventolare, stendardo e mostrina, “gli italiani prima”, non significa niente ma complica di molto. Fomenta altro odio in un processo senza fine.   Produce efferatezza in libertà, perché carica di livore e ulteriore rabbia molti Italiani che non sono stati in grado di analizzare questi problemi, ma hanno preferito affidarsi all’esemplificazione, alla omologazione del capo, del leader politico del momento.  Questo, proprio, rattrista. È indice di un abbassamento del livello di critica e capacità di relazionarsi. Questo straparlare di sicurezza da garantire, di spazi da presidiare di continuo, di armi di cui fornire vigili urbani e corpo competente ma, all’occorrenza, anche i singoli cittadini per legittima difesa nella propria dimora. Dove arriveremo?  L’ostinazione verso il reato di tortura, poiché metterebbe troppi paletti contro gli stessi assassini di Cucchi e molti altri ancora, complicherebbe il lavoro nelle carceri è ignobile e tribale. Sovranismo e nazionalismo, liberismo e isolazionismo mal si conciliano con i principi basilari della nostra Costituzione e i diritti che la stessa è chiamata a tutelare. Essere liberi e vivere in uno stato democratico non significa che tutto è ammesso. La storia delle mense di Lodi o del bonus libri, così come le proscrizioni di alcuni anni fa in specifici Comuni del Nord a trazione centro destra, dove venivano banditi libri considerati facilitatori della teoria, inesistente, del “genere” erano e sono allarmi.  Così le pericolose voci, fuori dal coro, di chi metterebbe in discussione la legge 194 e, ancora, l’aumento esponenziale dei medici obiettori di coscienza. E l’itinerario si articola e intensifica d’insidie e opacità. Noi cittadini siamo qui, sempre a vigilare, a urlare il nostro moto di disaccordo, la nostra pretesa di verità. Anche noi siamo lo Stato. Il Potere di farsi sentire, più che mai, deve essere esercitato oggi.

 

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