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Con questo nuovo testo Ileana Argentin si serve di massime, proverbi, detti popolari per sviscerare e dettagliare le proprie considerazioni di donna adulta, disabile, sulla vita e le sue sfaccettature. Come volesse raccontarci il proprio bilancio, quello di una vita dedicata sicuramente alla conoscenza, alla Politica, alla ricerca di soluzioni per l’inclusione e l’abbattimento di pregiudizi, stereotipi culturali e barriere non solo architettoniche.

Dopo cinquantanni questo testo è per lei un atto dovuto, una sorta di necessaria confessione, anche come cattolica. Un ulteriore ragionamento, illuminante e disincantato, ad alta voce. Senza fronzoli né diaframmi o scheletri interposti ad attutire il colpo.

Si racconta con la ruvidezza e la logica che le conosciamo e riconosciamo, anche in questa testimonianza, senza troppi pudori. Come volesse ricordarci che anche la disabilità ha un tempo ed è bene metterlo in chiaro. Un tempo di bilanci. Si capisce che è cresciuta molto dal diverso approccio che ha nel raccontarsi e descriversi, con determinazione e debolezza, con quel nuovo candore e quella dolcezza sempre decisi, non un ossimoro, che la contraddistinguono solo oggi, dopo avere molto lottato e dibattuto.

Una disabile adulta, che ha avuto altro tempo per guardarsi e soffermarsi ad analizzare: anche il verbo, le parole, le proposizioni depositate in abbondanza. Si analizza attraverso i detti della nonna Piera, le rassicurazioni impartitele dalla mamma, che può più di ogni padre perfetto, le relazioni con le persone più vicine, gli amici di sempre, i conoscenti, il fidanzato, la sorella, i cerchi concentrici che gravitano e hanno gravitato attorno a lei.  Chi per amore, chi per amicizia vera e fraterna, chi per invidia o semplice utilitarismo.

Nell’argomentarsi, oggi ripassa le dinamiche sociali e comportamentali che si producono, automaticamente, nei confronti dei portatori di handicap. Parte dalla massima per arrivare a confutarla o avvalorarla, parlando del suo mondo. È molto interessante quest’operazione narrativa, perché consente alla Argentin di vedersi in prospettiva e raccontarci il suo mondo nel tempo. Ognuno resta se stesso, ma l’esperienza e il mero dato della crescita esistenziale aggiungono dati, informazioni, elaborazioni e insegnamenti. L’Argentin ha più volte descritto il proprio mondo e il suo stato.  All’inizio edulcorandolo un po’, utilizzando una chiave e un registro che spronassero e fossero di monito a reagire. Altre volte, addirittura, quasi negando i limiti oggettivi della propria condizione, sua e di altri, in nome della forza del carattere e della determinazione, della differenza come ricchezza, sempre e a prescindere.  Oggi, in questo nuovo testo, si guarda e racconta in un altro modo, forse più maturo e sincero: l’handicap non si sceglie né si può negare. Bisogna saperci convivere, e l’esperienza è sempre differenza che evolve in duttilità e ragionevolezza, consapevolezza del sé. Sapersi adattare e permeare al mondo circostante. Accettare le possibilità e incrementare le capacità per andare a prendersi il proprio sogno o qualcosa che gli somigli. Sempre con i piedi bene a terra o, nel suo caso, ben seduta.  Vale per tutti, nessuno escluso. Chi nega il proprio stato non cresce e involve, si aggroviglia, nega delle possibilità. Personalmente mi convince molto il testo, perché nella sua semplicità arriva, ruvido ed efficace, a non creare illusioni e chimere. Non fa sconti con infingimenti, non illude, ma ricorda che per tutti esiste una possibilità: scegliere, data la propria condizione, come vivere.

Solo, però, sulle opportunità il ragionamento deve farsi diverso. Quando queste ultime saranno eguali per tutti in partenza, a prescindere dal sesso, dalla condizione fisica, dalla provenienza, dal credo e orientamento politico allora l’Argentin deporrà ogni arma e, magari, smetterà di raccontarsi. Anche se sarebbe un peccato.

Le leggi italiane sulla disabilità, l’onorevole del Partito Democratico per tre legislature e attuale Presidente dell’associazione A.I.D.A. (Associazione Italiana Diversi e Alternativi) lo ribadisce più volte, sono le migliori in Europa. Anche rispetto a paesi come la Francia, che del proprio welfare ha fatto un modello cui fare riferimento. Il Paese è dotato delle migliori leggi quadro sull’Handicap, ma non attua le specifiche sanzioni in caso di violazioni, purtroppo continue. L’Argentin, pertanto, torna a chiedersi a cosa serva legiferare, approfondire tematiche e lavorare duro, battersi e dibattere, se poi quel testo che si costruisce come legge, frutto di mediazioni e difficoltà, non viene applicato nella sua interezza.

Inevitabile declinare questo discorso sul tema, centrale, tra le priorità: il lavoro.  Tema che penalizza un’intera generazione di giovani disoccupati e inattivi, ancor più spietato con i disabili. Gli imprenditori preferiscono in gran parte essere multati, piuttosto che assumere nel rispetto delle percentuali obbligatorie persone con disabilità.

Il mondo dell’Handicap è comunque complesso e reso tale anche da chi lo abita e vive: da fuori si mostra così bisognoso di solidarietà e aiuto, sempre e solo inclusivo, ma al suo interno combatte e divide, alimenta invidie e contrapposizioni: associazioni contro associazioni, particolarismi contro altri. Tra i disabili esiste un’enorme competizione e poca solidarietà. L’Argentin lo evidenzia molto bene, avendo fatto della Politica la propria missione e professione. Vuole liberamente sfogarsi: basta con i buonismi, approcciarsi alla disabilità in modo caritatevole, sempre solo indulgente. Servono aiuto e assistenza, certo, se economico ancor meglio, riproponendo una delle massime popolari. Ma serve anche impegno e sforzo nell’accettarsi per quel che si è.

Serve l’attuazione delle sanzioni per chi non rispetta le leggi vigenti e un’interpretazione differente del mondo dei disabili, che non odori solo di ospedalizzazione e sanità coatta e circoscritta, di dogma e di un’unica, stessa, rappresentazione. Ci sono molteplici disabilità, tutte diverse, da trattare con strumenti differenti.

E poi l’augurio, a partire dalla comunicazione e sensibilizzazione, il metro usato, a non vedere più come fatto per anni il disabile un “diversamente abile”, più abile di chiunque altri al mondo, ma come disabile e basta. Non omologare, ma fermarsi a ragionare, caso per caso, sulle realtà e potenzialità di ciascuno. Avere come nel caso dell’Argentin una malattia genetica dalla nascita ha escluso, ancor più, molte possibilità d’intervenire e incidere sulla propria condizione. Ileana non può che vivere su di una carrozzina, delle migliori e costose, guardare il mondo orizzontalmente e verso l’alto. Non può porgere “l’altra guancia”, né osservare dall’alto i propri interlocutori. Anche l’Handicap è trasversale, lo è nella Politica. Ragione per cui, aggiungo io, per i suoi principi e ideali Ileana volge lo sguardo sempre verso l’alto, ma “in alto a sinistra”.

David Giacanelli

Consigliere AIDA