ThinkPoeticChe in realtà non c’è più una visione, una prospettiva, non un sogno da realizzare. Quando sei giovane, non fai che alimentarti di sogni e cibarti di idee credibili, tanto vicine da accarezzarle ogni giorno. Quando sei meno giovane, il nostro Pese ti ha fatto conoscere, a poco a poco, il disincanto, e se sei fortunato ad avere un impiego devi tenertelo stretto, senza neanche lamentarti troppo. Non hai più sogni, coltivi interessi paralleli per sopravvivere al lavorio di un lavoro che ti va stretto. Che se all’inizio poteva essere promettente e sottintendere carriere, evoluzioni, percorsi formativi che ti portassero ad assumere diverse responsabilità e, pertanto, a crescere dopo anni di indefessa prostrazione e consunzione, radicale abnegazione, ti svegli e in un attimo ti accorgi che rimarrai sempre esattamente così come sei. Una tautologia di condizioni pesanti, arrugginite. Anzi, per la precisione, là dove hai cominciato e sei rimasto con i piedi piombati. Sempre lì sei. Allora più di qualcosa non ha funzionato. Non funziona il Paese, con i suoi sistemi di valutazione, con l’assenza di formazione, di investimenti nelle carriere e nei percorsi professionali. Tranne l’1% della popolazione, simmetricamente alle possibilità economiche e agli stili di vita, chi davvero può oggi dirsi soddisfatto della propria condizione lavorativa? Il precario, non credo. Il lavoratore a tempo determinato tanto meno, il neo assunto a condizioni indecenti e opache neanche. Poi c’è chi il lavoro lo ha avuto, chi ha conosciuto la fortuna di un contratto a tempo indeterminato e, sul più bello, l’azienda ha chiuso. È fallita. Non si è preoccupata di ricollocare nessuno. Chi ha avuto il miraggio di un tempo indeterminato, una chimera, una visione sotto l’effetto di sostanze lisergiche, se non lo ha perso ci si è schiacciato, seduto sopra, si è fatto abbrutire da un’omologazione generale. Di aspettative e intenti. Non si avanza. Si resta immobili, lì, con quella sensazione reale di drammatica staticità. Tutto torna a ripetersi uguale a sé stesso e anche i lavori di “concetto” diventano meccanici. Impossibile misurare il proprio reale apporto creativo, il valore aggiunto delle proprie conoscenze ed esperienze. Non ci sono reali criteri di valutazione, né qualitativi né quantitativi. Ci sarebbero, ma non sono mai applicati. Insomma, non sorprendiamoci se i giovani sotto i 34 anni tendono al bamboccione, non cercano lavoro e si raggomitolano nel guscio materno; non è più una scelta naif, dettata dagli stereotipi mediterranei, una narrazione che negli anni novanta poteva forse far sorridere e ispirare qualche regista a corto di idee. Ora è drammatica attualità: le continue migrazioni e i cervelli in fuga. Fuggono, certo, come biasimarli, ma non per un impiego soddisfacente, per la sopravvivenza che non abita più qui. Perché allora ci lamentiamo dei Neet. Ragazzi che hanno smesso di formarsi e di cercarlo un lavoro. Tanto di lavoro non ce n’è, e se c’è è una forma edulcorata di sfruttamento. L’economia di un Paese può arretrare, vivere momenti bui, essere invasa da una crisi durissima, ma se la crisi arriva a prevaricare ed offuscare i diritti fondamentali di ogni individuo è l’inizio di una società abbandonata, in arrestabile decadenza, preda dell’anarchica corrente che tutti trascina e inghiotte. Gli effetti del capitalismo accelerato e della globalizzazione hanno prodotto solo mostruosità, come il rincorrerli senza frenarli e porre loro, da subito, delle barriere. Lì sì, solo lì i muri sono consentiti, per arrestare una legge calata dall’alto che ci impone ritmi e tempi lavorativi, divisione e rimodulazione del lavoro e dei rapporti di lavoro.  Non una legge, una tendenza, un vorticoso e onnipotente movimento che ha prodotto, solo, vittime e sudditi. Non parliamo, poi, della sfiducia nei Sindacati, così come trasversalmente nella Politica tutta. Tutti, nessuno escluso, hanno una porzione di colpa. E non sembrano riuscire più a catalizzare alcuna attenzione, esercitare alcuna funzione di difesa, di protezione verso i lavoratori. I Partiti poi, anche quelli più “integri”, secondo la propria storia, in nome della trasparenza non cooptano più nessuno, anche riconoscendo il merito delle persone non fanno un passo per utilizzarne esperienze, per servirsi di menti valide che si ritrovano di fronte, ovunque, nella società. La sensazione, mi dice la signora Rosa quando mi incontra ogni giorno al bar sotto casa, militante storica di sinistra, quella vera e cattiva, è che a “cerchi magici” si sostituiscono altri “cerchi magici”. E così la Res Pubblica rimane, sempre, privilegio di pochi, eletti prima dalle strutture e gerarchie di partito, dai salotti e corridoi dove si infittiscono incontri e accordi, così come nelle maglie della Rete dove con la sciattezza e superficialità di pochi click si elegge un irresponsabile. Poi, forse, dopo le segrete stanze e le strampalate Reti, un elettorato che non è ancora del tutto esausto avallerà il “meno peggio”. Si turerà il naso davvero per l’ultima volta, anche se lo va ripetendo da anni che lo hanno incanutito. Un quadro abbastanza deprimente ma noi, per fortuna, sopravviviamo grazie ai nostri interessi, continuando a guardare sempre in alto a sinistra.

David Giacanelli