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Non credo sia l’età, comunque giovane, né l’essere parte di un mondo circoscritto, all’occorrenza biasimato, vituperato, del quale molti cattivisti amano schernirsi. Non credo le persone abbiano, improvvisamente, perso ogni possibilità di critica e messa in discussione. Credo, piuttosto, che la reiterata sfiducia e delusione portino gli elettori ad abdicare a molti diritti e, tra questi, alla partecipazione attiva e reattiva alla Res Pubblica.  Spogliarsi del coraggio e delle buone intenzioni, interrogarsi il meno possibile, fuggire la vita pubblica e affidarsi, piuttosto, al primo nuovo venuto.  Per non volerne sapere più. Per provare l’alternativa, unica, differente dal già esplorato o accarezzato. A prescindere da ciò che predica, ma basta un’alternativa che affascini e ammali, che compensi e occupi il senso di smarrimento, misto di scherno e afasia, che s’identifichi nell’uomo forte, in una posizione che neanche immagineresti. L’alternativa populista ha colmato dei vuoti e assenze momentanei.  Proprio perché ha bisogno di clangore, di contenuti che riempiono il vuoto, va bene anche l’alternativa impensabile, lontana dai principi etici sempre professati. Il definito, anche se orribile o eticamente molto discutibile, si preferisce all’indefinito, alla sensazione di assenza e smarrimento totali. Ecco perché le elezioni sono sempre disertate. In una percentuale altissima di astensionismo. Il famoso voto di protesta che si propone come unico mezzo di resistenza e aggressione al torto subito, alla condizione generale di precarietà nella quale tutti ci troviamo, favorisce le posizioni più inquietanti e fantascientifiche, resuscitanti orrori del passato. L’alternativa al “meno peggio” che con coscienza, invece, abbiamo sempre seguito.   Il limite di questa azione, però, è che il ghigno di reazione, l’intestino desiderio di protesta, l’urlo imponente e sgangherato, la sintesi di tutti i bisogni riconosciuti universalmente da tutti, non è accompagnato da ricette credibili e politiche correlate, ma da una narrazione sciatta e conforme alla sintesi puerile dei social più moderni, è destinata a fallire.  Ha vita breve. E’ come un bluff, il segreto di uno spettacolo di magia che si disvela e mette il suo comico in fuga. A mostrare i limiti dell’insipienza ci vuole poco. Basta seguire i non fatti, le contraddizioni, basta vederli predicare gli uni contro gli altri, all’interno dello stesso movimento.  E’ come pensare di manifestare di continuo, creare una politica sulla protesta, differentemente articolata da tutti, senza osare di risolvere la protesta in un risultato concreto, senza un atteggiamento coraggioso e impopolare. Anche pacifico. Un tempo si facevano gli scioperi, della fame e non, che immobilizzavano un Paese. Si minacciava la fame, l’esistenza, d’incatenarsi finché fosse stato necessario al raggiungimento di uno scopo, perlomeno un dialogo reale. Un tempo si boicottavano acquisti, si discutevano politiche economiche e biasimavano campagne pubblicitarie d’infelice gusto. Nessuno, oggi, si sente di percorrerle, nessuno ha la forza e determinazione per annichilire le urla sgangherate e sguaiate, di opporsi alla viralità dei social e dell’uso inappropriato che se ne fa. Perché tutto sembra già superato prima di cominciare, perché siamo sovrastati da modelli estetici e sensoriali, non contenutistici. Siamo dissuasi dall’approfondimento e dalla complessità: di contenuto e lessicale.  Funziona questo. Poco altro: essere stupiti e imbeccati da altri; essere indottrinati; suggestionati e manipolati da altri, terzi; immaginare le verità più assurde pur di non cimentarsi con le difficoltà reali. E invece è il poco altro che va riscoperto e analizzato. Le notti insonni a dare risposte non utilizzando lo stesso linguaggio e forma della subdola protesta populista, quella che prolifera nei e tra i social. Bisogna essere tanto convincenti nelle scelte e nei contenuti da destabilizzare e interrompere, spezzare questa catena infinita incoraggiata dai post immediati. Io non posto e, se posto, non lo faccio per attaccare ma per porre quesiti, per criticare dichiarazioni che ritengo assurde, soprattutto  sulla bocca di Istituzioni che dovrebbero rappresentarmi. Io posto informazioni, ma non sono quelle informazioni, né tanto meno il gradimento che raccolgono. Sollevo questioni, ma non sono quelle sintesi lì. Basterebbe poco, già questo. Non il “ciao come posto”.

 

David Giacanelli