Una volta ho detto ad un’amica, la “rabbia affatica”. Anche quando giusto sfogo per un’ingiustizia subita. Comunque “affatica”. “E’ vero” – ha risposto lei sgranando gli occhi.  Affatica, crescendo, ergersi sempre a tutori dei diritti, i propri e quelli degli altri. Affatica presidiare e difendere uno status, che diamo per scontato, quando si ha minore energia e la vita comincia a colorarci differentemente. A incanutirci e modificare le fattezze del nostro corpo. A rugare le gote e gli occhi di esperienza, non sempre positiva.  Affatica quando ci rende schiavi e dipendenti di piccoli rituali giornalieri, gli spazi per noi, che difendiamo puerilmente ad oltranza. Tutto è più difficile, noi più pesanti di disincanto e desiderio di concretezza. Eppure, da piccoli, ci avevano detto, quasi promesso, che ci avrebbero aspettato grandi cose. Orizzonti rossi, privi di “soli ingannatori”. Che un giorno avremmo raccolto la fatica del nostro lavoro. L’agognato giro di boa: mai avvenuto. Il cambio di rotta, tangibile. Al contrario, infatti, si assiste solo alla rinuncia. Allo sgretolamento progressivo della battaglia. Ci si acconcia a quel che resta, manifestando la propria divergenza senza più lottare.  Si nasce forse più cacciatori di altri, questo è il tema.  Non si combatte sui social, con le voci sgangherate, ma con i fatti silenziosi e ordinati, coerenti con un disegno studiato a tavolino. Questo è combattere, essere guerrieri e partigiani. Ma lo è per pochi, per chi alimenta e decanta una sana rabbia.  Ho sempre ritenuto che per non avere rimpianti, anche solo la percezione di avere mollato, bisognasse indagare e non rassegnarsi a una indesiderata condizione. Ci si difende nei luoghi opportuni. Per questo sarebbe importante mantenersi il più possibile informati e in contatto con specialisti di ogni ramo, che possano aiutarci, darci ulteriori strumenti. Poiché ignoranza e stanchezza non ci scusano. Ci si nasce più combattenti, più lottatori, ma lo si diventa anche.  Ho sempre pensato, per i riferimenti culturali e ideologici nei quali i miei mi hanno cresciuto che fosse fondamentale, nella Politica come nella quotidianità, l’assenza di rimpianti. Qualche rimpianto resterà sempre, ma non di quelli evitabili. Solo con una presa di posizione, un atto di coraggio e coerenza dissiperemo le ombre che ci confondono e spaventano. Insomma, per noi deve diventare importante combattere, in ogni sfera, a prescindere dal risultato conseguito. E non è una banalità, poiché per me è più importante perdere combattendo che non aver combattuto affatto. Questo è il tema.  La lotta è metafora, ovviamente. Sta per contrapposizione di idee e diritti violati. Se verso in uno stato difficile sarà più arduo raccogliermi per oppormi, ma potrò farlo   attraverso altri, gruppi, amici, reti solidali. Altrimenti è tutto inutile. Bisogna avere coraggio, certo, ma la forza viene dalla contezza della propria ragione. Questo è un periodo strano, affogato nella precarietà, per cui anche chi prima viveva decorosamente comincia ad avere problemi nel lavoro, nella vita, nelle relazioni. Sono saltati schemi e certezze, minimi. Come tutto fosse talmente veloce e liquido da non lasciarci il tempo per riflettere, sedimentare, capire come acconciarci e dirigerci a un obiettivo.  E’ triste realtà che ci riguarda, progressivamente, tutti.  Questo senso di precarietà, di accontentarsi, di schermarsi e proteggersi da battaglie difficili, di non riuscire a vedere la fine del mese è l’unico punto da cui ripartire.  Un’educazione alla sopravvivenza. Perché, diciamocelo, non doveva andare così. I nati tra gli anni’70 ed ’80, e non solo, si aspettavano ben altro futuro e, invece, a cinquant’anni suonati devono ancora ricominciare. Perché licenziati, perché rimossi coattivamente, perché oggetto di giochi politici pretestuosi e discriminatori. Per non parlare dei più giovani, che neanche hanno questi strumenti di riferimento, neanche le promesse, i pomeriggi e le sere passati a dibattere nelle sezioni, poi circoli. A loro resta niente, perché non hanno mai avuto niente e non si aspettano qualcosa. Hanno meno pretese e forse, per questo, soffrono meno. L’arte dell’arrangiarsi è insita in loro. Tutto questo è avvilente. Sempre accaduto, ma non in questi termini, percentuali, non da divenire realtà dilagante. Bisogna resistere: espatriare in cerca di fortuna o restare da partigiani. Preferisco vivere la mia resistenza combattendo sempre. Contro le ingiustizie e le politiche sbagliate, i valori distopici e antinomici. Dev’essere per questo motivo, la lucida visione del dramma sociale, che mai come in questo periodo storico assistiamo a un rigurgito di movimenti civici. Tanto civismo declinato differentemente. Partono tutti dal basso, da un luogo, un quartiere condiviso, mali e insidie da controllare, narrazioni da ricostruire, il proprio quartiere da adottare. E’ già qualcosa, una forma di resistenza. Però attenzione, non sostituendoci alla Amministrazione che deve fare il proprio lavoro, per il quale è pagata lautamente. Piuttosto imbeccandola con il buon  esempio.  Resistenza è raccogliere le forze residue, che non si vedono più, che solo si immaginano in un luogo della mente, che si rispolverano nelle pieghe di antichi ricordi. Questo è resistere. Anche con poco tempo a disposizione, ciascuno il suo, guardando sempre in alto, più in là, oltre la triste contingenza.

David Giacanelli

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