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Salvarla o non salvarla. Certo da romano è difficile pensare alla propria città senza emettere sospiri o provare fastidio, insofferenza, estraneità. Roma ha sempre avuto molteplici problemi, un centro storico tra i più grandi al mondo, diverse aree verdi e una geometria irregolare rispetto all’espansione geografica e demografica. L’importanza storica delle borgate, che sono la storia di questa città, sempre più protagoniste della vita sociale e culturale della metropoli, eppure troppo strumentalizzate e strattonate dal populista di turno che se ne ricorda per coltivare consenso e soffiare su atavici problemi. A Roma la bellezza tanto decantata dal mondo accademico, culturale e artistico più in generale lascia il posto alla sofferenza e all’indolenza. Con la bellezza non ci vivi: sopravvivi, piuttosto, con i servizi. Perché al di là di come la si pensi e delle proprie rispettabili posizioni, in molti non smettono mai di pensare che qualcosa possa cambiare nel tempo. In molti coltivano una speranza, un miraggio, una chimera da lasciare a chi seguirà dopo di noi, più giovane, o forse a noi stessi se determinati ad accogliere la responsabilità di provare a modificare qualcosa di questo panorama desolato e cristallizzato.  Se affidata a persone nuove, trasparenti e competenti, magari la città potrà tornare a risorgere quanto a servizi minimi. Questo ci piace pensare rimestando nei nostri ragionamenti anodini. La competenza, questa illustre sconosciuta, adombrata machiavellicamente da slogan populisti e dalla tanto sbandierata quanto sbiadita trasparenza, come dalla roboante onestà, è stato il più grande fraintendimento ed equivoco storico che i cittadini romani pagano. Senza esperienza e capacità di provarsi, di arrivare al migliore compromesso possibile, non si può amministrare.  Abbiamo assistito, negli ultimi anni, a tanta incompetenza e limiti amministrativi. Bandi deserti poiché al ribasso, per niente attraenti, gare bloccate, procedimenti fallaci. Si è confuso il necessario controllo e l’ostentazione verbale della parola “legalità” nell’amministrare con l’unico modo per procedere. Sono rimasti tutti concetti e pratiche fumose, valide solo per una comunicazione effimera da social, da strampalata campagna elettorale. Dopo, però? Da parecchio tempo siamo giunti al “dopo”. Non bastano più altisonanti concetti arrugginiti dall’uso improprio, né ologrammi di una cattiva predica che non si sostanzia mai. Difficile pensare che sia sempre stato ordito un complotto, che qualcuno pervicacemente abbia pensato di volere ostacolare una classe dirigente, che la colpa sia sempre e solo attribuibile a chi li “ha preceduti”. Queste argomentazioni, mischiate in modo ingenuo, non bastano più. E se esiste anche un’atavica indolenza romana che si oppone al cambiamento e ai giusti atteggiamenti, alle pratiche buone, all’osservanza di regole precise non basta comunque per esimersi dalle proprie responsabilità.  Per la prima volta dopo svariati anni ho pensato che forse vivere fuori da questo intricato disordine consentirebbe almeno di godere di buoni servizi, di una sufficiente qualità della vita. Questo deve garantire un’amministrazione con la pretesa di governare una città. Nient’altro. E per la prima volta, mi riscopro a non provare più alcuna affezione e legame verso il luogo geografico nel quale sono nato e cresciuto. Mi sento apolide, non percepisco più alcun legame con la mia città, le radici non esistono più: sono state estirpate e bruciate. Non c’è un’identificazione né un richiamo, non esiste familiarità se non lo sdegno e malanimo quotidiano perché nulla o davvero poco, solo su base volontaria, continua a funzionare. Un’amministrazione che si rispetti non può pensare di delegare al volontariato i propri compiti, la propria ordinarietà. Questo ragionamento è lucido e triste, ma consente a me cittadino tra i cittadini di essere più obiettivo e guardare la mia città dall’esterno. Il mio sentimento è condiviso da molti, probabilmente i più tra i cittadini romani. E nuotando in questa grande bellezza che a poco serve per migliorare la nostra quotidiana esistenza, t’imbatti per caso in semplici realtà delle quali disconoscevi l’esistenza. Una sera a casa di amici conosco Francesca. Mi descrive la sua meravigliosa esperienza dei venerdì pomeriggio trascorsi a giocare a rugby. Uno sport inclusivo, dove sono ammessi tutti: donne, uomini, abili e diversamente abili. Tutti uguali in partenza e durante l’allenamento, sottoposti agli stessi pericoli e difficoltà. La sua è una squadra mista con disabili. Il progetto cui partecipa e che ci tiene a divulgare è il MIXAR, Mixed Ability Rugby For All, con la finalità di fare interagire abili e disabili. Uno sport, il rugby, dov’è impossibile vivere di individualità e strategia personale. Non ci avevo mai pensato e, in effetti, è così. Francesca si relaziona con ragazzi disabili e, sovente, è l’unica donna in campo.

“È appena partito un progetto europeo, cofinanziato dal programma Erasmus plus della UE, con la partecipazione di partner, di cui la Federazione Italiana Rugby è la capofila” – mi racconta concitata.

“Il progetto prevede lo sviluppo di un modello MIXAR da proporre in un secondo momento a tutte le realtà rugbistiche dei Paesi partecipanti” – prosegue.

Infatti lei gioca nella “Unione Rugby capitolina” che ha già aderito al progetto “Mixar” e che dallo scorso ottobre ha la sua squadra. Francesca si allena almeno due pomeriggi a settimana e ci tiene che il progetto MIXAR, come la diffusione delle attività svolte dall’Unione Rugby capitolina possano viaggiare di pari passo, essere conosciute e magari sostenute da sponsor nelle diverse attività. Perché di sponsor e soggetti istituzionali intelligenti c’è sempre bisogno: anche per finanziare gli stessi allenamenti.

E allora le dico che nel mio piccolo blog ne parlerò, ma non solo.  Lo faccio perché Francesca è una donna volitiva e intelligente, dotata di una sensibilità sopraffine e distaccata da ogni inutile convenienza. Per ogni informazione, se vogliamo sostenerli, possiamo visitare il sito internet http://www.capitolina.com o scrivere alla mail info@capitolina.com

Il suo sogno, mi racconta, “sarebbe di partecipare ai campionati mondiali MIXAR che si terranno in Irlanda a giugno 2020”.

Allora trattengo il respiro per qualche secondo, in uno strano impeto di incredulità e sorpresa, per tornare a pensare che un po’ di quelle radici bruciate ed estirpate forse esistono ancora. Vanno trattate e irrorate. La grande bellezza non mi insinua più, non è di per sé sufficiente per ritrovare la famigliarità della geografia dove sono nato e cresciuto, ma forse parlando e confrontandomi, ci saranno tante Francesca che potranno condividermi la propria felice esperienza. In una città allo sbando e decadente sopravvivono tante singole eccezioni, rarissime realtà da scovare e far parlare per distrarci da questo machiavellico torpore, da una coltre che tutti avvolge di insofferenza e impossibilità ad intervenire.

David Giacanelli