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La dipendenza: un file appeso al desktop di un computer. Un signore famoso che da tempo indugia nei meandri delle idee accennate e poi abbandonate. Nei corridoi di casa perfettamente arredati della propria vita. Tanti, troppi file raminghi che si sfilacciano, non sono risolti. Statici ma erratici nella propria involuzione, senza compimento e sviluppo. Allora è astenia, è abulia, assenza di forze per trasformare idee in sceneggiature e testi. Accade a un regista famoso, che in età adulta, in preda a molte reminiscenze, regressioni all’infanzia e realtà oniriche, stati di non completa lucidità sente la necessità di alleviare la sua apatia con la dipendenza: comincia a farsi di eroina. Lo fa attraverso un attore che ha fatto lavorare in un suo primo capolavoro, “Sabor”, e che da allora non ha più cercato. Si stordisce per superare la giornata. Poi si ravvede, nel dipanarsi della propria storia, arrivando ad asserire che per creare l’artista non può essere obnubilato né vivere ottundimenti, atmosfere artificiali. Non lui, perché s’inficiano percezioni e capacità. Il momento magico, l’alchimia della creazione ha bisogno di lucidità e presenza. Allora, per tornare a scrivere e fare del cinema deve essere pulito, lontano dalle piazze pericolose. Smette con l’eroina e si fa prescrivere degli antidepressivi e calmanti. Si sottopone ad esami medici specifici per risolvere un problema che ha con la digestione, con i conati improvvisi di vomito e l’impossibilità, quasi letale, di deglutire. Pensa di avere un tumore. Si sottopone ad una tac che si rivela negativa. Il film di Almodovar, “Dolor y Gloria”, in concorso all’ultimo festival internazionale del cinema di Cannes, che è valso ad Antonio Banderas il premio come migliore attore protagonista, ci consegna un suo testamento. Banderas impersona Pedro e le sue peripezie.  Un uomo che molto ha vissuto, nella Madrid degli anni ’80, quando era possibile fare esperienze e convogliare energie in progetti, produrre avviluppati nella malattia che scorre accanto.  Ci parla degli amori irrisolti. Dell’unico vero amore, mai dimenticato, per un eroinomane. E proprio nell’accudirlo, l’artista riusciva a trarre linfa e reagire, a cambiare registri, lavorare forsennatamente. Poi ci sono i dialoghi con la madre che gli rimprovera di non essere stato un bravo figlio, di averla lasciata al paese per venire a Madrid a fare fortuna. Insomma, le dipendenze sono tante, e lo spunto interessante del film è proprio questo: quanto possono giovare queste dipendenze, questi cordoni mai recisi, difficili, attorcigliati ai fianchi in nodi complessi?  Quando si è stretti nella morsa e ricattati, fagocitati dall’acme della dipendenza affettiva e dal senso di colpa che ne scaturisce, è difficile immaginarsi intimamente liberi, di pensiero e animo. Quando ci si scioglie da lacci e laccioli, allo stesso tempo, si sente tutto il carico, il peso della solitudine e la responsabilità addosso. La bellezza di questo film è data proprio dalla prospettiva delle dipendenze. Dalla consapevolezza di Almodovar, che riesce a cogliere il necessario, l’utile segreto in ogni tacca che traccia e in come si rappresenta. La dipendenza è una fase difficile ma indispensabile per apprezzare lo smarrimento della libertà, per ricominciare a scrivere e creare.

David Giacanelli