Bangla immagine

Già, perché andare a vedere “Bangla” al cinema?

Perché un’opera prima scritta, girata e interpretata dallo stesso ragazzo bengalese che tenta di farci comprendere i disagi di un giovane romano che proviene da una famiglia osservante. 

E così, a farne le spese non è solo la scelta del cibo, il giorno del riposo, i tempi e la concezione dell’esistenza ma, soprattutto, il tentativo della famiglia di volerlo sposato, come la sorella, ad una donna della comunità bengalese e il rispetto dei precetti della propria religione.

Così l’astinenza sessuale, se concepita fuori del matrimonio, e l’impossibilità di avere più relazioni: la poligamia è vietata in Italia.  Il tutto miscelato e subito da Phaim che lavora come steward in un museo, si raccoglie quotidianamente in un parco sciogliendosi in soliloqui con l’amico pusher Matteo, la musica che gli fa incontrare Alice. Il suo quotidiano è sarcasticamente descritto da un ragazzo, italiano, a tutti gli effetti, nella parlata come negli atteggiamenti, nell’attaccamento al proprio quartiere, nella musica come nella frequentazione degli amici, che sente il peso e l’estraneità dal presente della propria storia famigliare. Fatta di un padre trasportatore, assente e idealista, una madre casalinga che ordisce e controlla tutti i piani, anche quello di tornare a Londra. Il paese colonizzatore, la chimera, il sogno felice di prosperità e opulenza economica è sempre dietro l’angolo. Il modello cui anelare. Osservanti, insomma, che si industriano affinché la sorella sposi un altro pachistano controvoglia e che la tradizione, a Roma, sopravviva ad ogni costo. Due genitori poco integrati, a differenza delle prime e seconde generazioni nate in Italia, i loro figli e gli amici dei loro figli.  Cittadini italiani, questi ultimi, a tutti gli effetti dopo il compimento del diciottesimo anno di età.  Regole ereditate senza discussione, che poco riescono a forgiarli. Phaim è già cittadino del mondo, come lo è la sua Torpignattara multietnica e non come Piazza Vittorio e l’Esquilino che ormai sono diventati, ai suoi occhi, “multietnicità da fighetti”, perché popolato da attori e registi, troppa intellighenzia. Il nuovo laboratorio sono le periferie, ancora non attecchite completamente dalla gentrification, con la loro musica e la street art, i dipinti che rivestono facciate che non si piegano a nessun cambiamento climatico. Periferie rispetto a cosa? Molta ironia e sottile quanto sagace riflessione su leggi antiche e un ordinamento italiano asincrono rispetto alle nuove realtà sociali e ai fenomeni migratori, di cittadinanza e diritti da acquisire.  Famiglie a confronto, moderne e antiche, dove ogni nucleo originario è pronto a modificarsi.  Phaim si descrive in modo cinico e potente, uscendo fuori più italiano di ciascuno di noi, intimamente italiano, attaccato al proprio quartiere come alla città, alla ragazza dei propri sogni, Alice. Riesce a demolire ogni tabù e pregiudizio, a ridicolizzare con semplici dialoghi senza proporre un film a tesi o troppo impegnato, circoscritto a lemmi che gridano giustizia, troppo ideologizzato.  Scorre la trama e le sue parole, semplici ma efficaci, rappresentative del contesto sociale che si vuole rappresentare e provare a interpretare. Siamo tutti Italiani e Bangla.  E non è un modo di dire, facile retorica, per alcuni “buonista”. Prima o poi i suoi genitori vorranno trasferirsi a Londra per aiutare uno zio che ha aperto un’attività lì. Come farà  Phaim con Alice della quale è perdutamente innamorato e che lo asseconda, per il momento, nelle astinenze e aderenze alla propria tradizione? Come farà con i propri amici, la band Moon Star Studio?  Il film non si conclude con una tesi predefinita: lascia tutti nella suggestione di una storia aperta a ogni possibilità, al buon senso e a ogni possibile riuscita. Il film ripresenta il tema del multiculturalismo e dell’esigenza di far convivere più anime in una Roma sgangherata, di periferia, dove tutto è in continuo movimento, oltre le leggi antiche, i diritti troppo stretti e circoscritti, oltre i tabù, le barriere culturali, i muri cui si contrappone una realtà che viaggia sempre più veloce di chi la amministra e governa sia nella dimensione famigliare e locale, che nazionale.

 

David Giacanelli