Selfie

“Selfie” di Agostino Ferrente è un film che va visto, perché se nelle logiche e schiavitù tribali e umorali rappresenta tristemente il nostro tempo schizofrenico, quello del protagonismo e dell’estetica, dell’assenza di intimità, della bulimia d’esibirsi e mostrarsi, vi contrappone la storia di due ragazzi del rione Traiano di Napoli.

Una come tante, con la peculiarità di non farsi contaminare, di restare impermeabile alla malavita circostante come al Selfie. Alessandro e Pietro si compiacciono nel riprendersi continuamente e ritrarre la propria esistenza su pezzi di vetro, ma l’iphone e la consapevolezza di essere, sempre, protagonisti, non li intacca. Non li cambia. Non c’è selfie che tenga. Capace di intervenire a modificare questi due ragazzi di periferia, che vivono solo della propria sincera amicizia. Così come il selfie non intacca un amore possibile tra le ragazze del rione e i futuri fidanzati, anche dovessero finire in carcere, lo status più diffuso, o accollarsi un ergastolo. Se è amore sopravvive e merita fedeltà, anche nella povertà e ignoranza, nella fatiscenza di una periferia omologata, opaca come gli affari manovrati dal centro di Napoli fin lì. Quelli della camorra, dello spaccio di droga, delle frequenti rapine, degli omicidi per sbaglio e lo scambio di persona.

 Alessandro e Pietro sono due eroine, loro malgrado, poiché interrompono una sequenza sociale pur non disponendo di grandi possibilità e mezzi. Combattono con la semplicità e il candore della propria amicizia, commuovendosi, esibendo la propria assenza di sovrastrutture. Si spogliano di tutto, di pudore che per i Latini era puzzo, di diaframmi, di filtri che possano mostrarli migliori e diversi da come sono.

E invece no: rivendicano esattamente quei sentimenti lì, che li salvano e rendono diversi dal contesto sociale che li vorrebbe soggiogati ad una landa opaca. Descrivono il proprio fisico butterato e pingue, sudato, le loro lampade mal riuscite, i capelli azzeccati e poi scarmigliati, i letti barocchi e kitsch approssimazione povera di Gomorra. Si mostrano affaticati, ostentano l’estetica antiestetica delle loro esistenze, la loro scomposta commozione, poco virile e rispondente ai canoni di una periferia tribale e machista. Utilizzano il mezzo tecnologico per comunicarci un messaggio anti-tecnologico e controcorrente, che non massifica ma differenzia verso il basso, verso la loro povertà di cui non vergognarsi.  Si differenziano nella povertà come nell’amicizia, nell’assenza di alternative pur di non consegnarsi all’illegalità deflagrante e straripante. Questa è la rivoluzione del Selfie, quello realmente democratico e sociale. Alessandro e Pietro sono due partigiani, due resistenti in un clima sociale che li vorrebbe drogati di egocentrismo e malaffare. Ferrente fa breccia con la storia di un’ingenua profonda amicizia ai nostri tempi, quelli in cui nel 2017 un sedicenne del rione Traiano di nome Davide Bifolco viene ucciso per sbaglio da un carabiniere. Ferrente vuole ricordare l’orrore di questo omicidio, errore che deflagra nella cronaca, una vita bruciata, raccontandolo attraverso la vita di due amici.

David Giacanelli