Elsa Morante

“L’autorità per l’una e la paura per l’altro”.

Sono le dinamiche sentimentali, complesse e intricate come i grovigli di fili, matasse da districare. Sono le narrazioni, precise ed eleganti, di Elsa Morante.

Poiché in questo periodo storico, sento davvero l’esigenza dell’alternanza che mi conduce per ogni nuovo autore italiano e straniero a rileggere un classico, possibilmente italiano. È una dipendenza. Come tornare a casa dopo anni di vagabondaggio. Una certezza. Un approdo stilistico e linguistico, un ripasso, come rituffarsi nel abbecedario. Nel tempo cambiano i lessici, i contenuti e gli stili, ma il narrato e l’imprevisto prevalgono, nettamente, sul resto. Ridondante elemento che scaturisce perlopiù se il tal libro o l ‘altro ci ha emozionati, ci ha raccontato qualcosa di nuovo. La novità sembra la panacea per chi, attraverso la lettura, vuole curarsi. So che è una riflessione antica, anacronistica quanto forse desueta, ma perché aspettarsi da un libro, in specie un romanzo, qualcosa di nuovo? Più importante è lo stile, la struttura narrativa, lo sono i periodi, la lunghezza, come le proposizioni s’intrecciano, gli accostamenti, le sinestesie, le citazioni, il famigliare raccontato che diventa lessico. Se azzeccati, infatti, possono rendere persuasivi e affascinanti anche storie normali, ammesso che ne esistano. Il quotidiano di chiunque di noi, insomma, sempre quel fascino della normalità che s’invera nell’incedere delle parole, nel ritmo, nella descrizione dei personaggi e loro ingranaggi, delle ragnatele che tessono, del loro profilo che è peso e conta più di quanto producono. Dell’omicidio, della trama sessuale o pulp, del giallo senza soluzione. Ci interessano, piuttosto, i loro volti, gli abiti, il ripetersi dei loro pensieri come le giornate e i silenzi. Se ci aspettiamo sempre e solo la novità da un romanzo, la storia non ancora conosciuta, l’argomento non ancora esplorato, resteremo quasi sempre delusi. Cosa non è già stato affrontato? Quale tema è rimasto inesplorato? Per questo continuando a leggere molto, a divorare romanzi come saggi, come giornali, come vasche di 25 metri, mi capita di restare affascinato e ammaliato proprio dall’ordinarietà raccontata straordinariamente. Questo mi colpisce e, per altro, lo trovo arduo compito. Dagli anni ’90 in poi si sono avvicendati decenni nei quali andavano di moda letterature e narrative pulp, splatter, gialli, polizieschi, il sesso declinato in ogni possibile consumo, masochismi e sadismi esasperati, il panegirico della schizofrenia, l’imprevisto e l’irrisolto. È invece così difficile e per questo entusiasmante penetrare nelle vite degli altri con l’ordinario, con stati d’animo e personaggi, storie la cui quotidianità potrebbe essere la nostra. La differenza è che non sempre riusciamo a focalizzarci né abbiamo la forza e il coraggio, la tenacia e costanza per descriverci. Per semplice pudore. Per questo, però, ci vengono incontro e aiutano molti scrittori.  Per questo alterno eterogenee letture e, sempre, rileggo il meraviglioso quanto naturale noto.  “Lo scialle andaluso” di Elsa Morante.

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