Mi chiedo sempre nel breve relax estivo, la parentesi diciamo così rigenerativa, che ti stacca parzialmente dalla routine e comunicazione quotidiana, come possano reiterarsi fenomeni che non smettono mai di stupirmi. Anche qui, in un’isola remota della Grecia, che cosa ne sarà degli enormi tatuaggi esibiti su cosce, glutei, avambracci e spalle che bellissime ragazze inglesi, francesi e greche, probabilmente italiane, ostentano con sicumera. Tutto molto suggestivo e d’impatto, ma un tatuaggio fatto a venti, forse ancora trent’anni  ha un senso, laddove a quaranta e oltre può diventare patetico. Così per i ragazzi. Nessun giudizio sui perché e per come, solo la vista di epidermide raggrinzita, ustionata dal sole, logorata dalla vita com’è giusto che sia, con un’immagine non più distinguibile, svaporata come la giovinezza che l’ha tenuta per mano. Ora, lascia un senso di tristezza. Rimanda alla leggerezza con la quale facciamo, tutti noi, una serie di azioni sciocche. Certo oggi non si può riparare all’errore di gioventù. Nel momento nel quale ci si sottopone ad un tatuaggio si sa che sarà per sempre, una parte indelebile  che invecchierà con noi, anche nell’ultima spiaggia, nell’ultima vasca  della nostra vita nella quale saremo forse in grado di dispensare qualche banale consiglio. Eppure le vedi le ragazze dei quaranta e cinquant’anni, così i ragazzi, che portano con sé i segni di una infaticabile volontà infantile. Passino i tatuaggi piccoli, circoscritti, su un punto del corpo che può prestarsi a nasconderli, ma più tatuaggi di enormi dimensioni mi riportano ad una generazione di opulenza, di infanzie felici dove ancora tutto era possibile, anche riappropriarsi del proprio corpo marchiandolo, manifestare un’idea di possesso. Il feticcio di un’idea, della necessità tribale di appartenere ad un gruppo e, con esso, distinguersi. Il  corpo un feticcio da ricoprire e deformare. Non sono certo i tatuaggi di bucanieri, di ergastolani, di marinai che nella narrazione antica e collettiva hanno  una specificità e senso imprescindibili dalla propria esistenza. Oggi no. È un fiorire di tatuaggi,  a tutte le età, così come di siliconi. Anche nelle isole del Dodecaneso le donne sono attente a non sporcare la spiaggia, così ecologiche,  piene di imperativi categorici, sempre in forma , sempre giovanili, attente al proprio ambiente così gli uomini, mentre la loro cura ‘plastic free’ non esime, però,  labbra e nasi, gote, capelli di uomini attempati che nascondono ogni passaggio del tempo. Sono turisti, ovviamente. E chissà cosa devono pensare gli isolani ti tanta stranezza, di tanta incapacità di invecchiare, di vivere il proprio tempo nei suoi limiti. È come se esorcizzassero precocemente e in modo ridicolo l’idea del divenire e della morte. Per fortuna ci pensano le capre sul ciglio delle strade, le buganvillee, i gestori dei piccoli ristoranti che sono poi i pescatori, il portiere emigrato per quarant’anni negli Stati Uniti per tornare in Grecia con la pensione, a restituirti una realtà tangibile, fatta di piccole cose ed enormi priorità. Sopravvivere senza chiedersi come, fregandosene del percepito, dei tatuaggi e dei lifting. Ci pensano le cicale a manifestare tutto e subito, senza strategie, ricordandoci che il nostro mondo ha un suo tempo e ritmo che non possono essere camuffati ma, solo, assecondati.                                                                                                                25 stile libero