Calymnos

Quest’anno, quando sono arrivato sull’isola ruvida proporzionalmente alle strade troppo asfaltate che non oppongono alcuna frizione né opposizione a pneumatici, dove la gente apparentemente burbera è invece capace di enorme umanità, ho riscoperto un’altra Grecia. Sulle prime respingente, poi rivelatrice. Un’isola dove si sono stratificate differenti migrazioni economiche, fatte dei coetanei, migranti, che tornano a casa d’estate per dare una mano ai propri genitori. Padri e madri che conservano piccole osterie e taverne sulla spiaggia, che pescano solitari per l’Egeo, che vivono a Patrasso o Atene lavorando nel terziario e quel che ne rimane. Che hanno attraversato una crisi feroce, ma ne sono sopravvissuti. Sono giovani, ormai adulti, che vivono in Australia, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna e portano i propri parenti a vedere, d’estate, quali paesaggi li hanno forgiati.  Fuori dalla Grecia e dalle isole ci vivono ormai da anni, ma ancora mantengono un forte rapporto con la propria casa e sentono l’impellenza, non solo famigliare, di trascinarci figli, mogli e mariti perché capiscano qualcosa in più.  Le loro vite sono cambiate e parlano un inglese perfetto: li riconosci che sono Greci, basta guardarne le fattezze, i profili, il piglio, il repentino cambio di linguaggio dal greco all’inglese ad un misto dei due idiomi. Fa impressione sulle prime ma, allo stesso tempo, ti restituisce quella forte percezione di autenticità, di vite vissute alla ricerca di riscatti, di lavoratori indefessi capaci di percorrere miglia e miglia per arrivare ad una prospettiva non nota, di sopravvivere alle sfide lavorative di una città rutilante come New York e ai prezzi impossibili di Sydney.  Ecco cosa ho trovato rispetto agli altri anni, alle patinate e  sempre meravigliose Cicladi: più ruvidezza e  autenticità.
E l’autentico è meno bello, esteticamente, della rappresentazione pedissequa e dell’idea icastica del concetto di bellezza, un ologramma che s’invera negli anni delle nostre adolescenze e prime vacanze elleniche.  

Qui no. Storie di migranti, di un sociale più diversificato e interessante, di un turismo differente. Il Dodecaneso è differente. Sono isole che non ti chiedono il permesso, né allettano con locali alla moda, ultime tendenze, che non ammaliano ma annichiliscono in un attimo lo stereotipo di isola godereccia, nelle geografie e nei caratteri dei suoi abitanti. Il turista che arriva qui diventa subito, suo malgrado, viaggiatore. Comprende le differenti regole e atmosfere, non pretende, può solo assecondare ritmi, tempi e consuetudini. Probabilmente le alte falesie a picco sul mare dove arrivano da più parti per arrampicarsi, prevalentemente d’inverno, così le capre disincantate che decidono di occupare la strada, i pastori arrabbiati e i molti pescatori intenti a sbrogliare le reti in un gioco di squadra tutto famigliare, i filari di arnie, le spugne e la signora bronzea che ti scruta dall’alto della sua magnifica compostezza e grazia del terzo secolo avanti Cristo  sono i primi indizi. È un’altra Grecia.

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