Los_lunes_al_sol

Ciò che più mi lascia perplesso è l’incapacità d’invecchiare degli uomini. Ormai da qualche anno, forse prima timidamente, ora invece ostentandolo, assistiamo a volti televisivi, giornalisti, politici, dirigenti d’azienda, impiegati, operai, uomini sopra i quarant’anni che pretenderebbero di bloccare il tempo.

Che hanno l’ardire di vedersi sempre aitanti, giovani, capaci di compiere qualsiasi impresa. Allora, non affidandosi tutti ai lifting, che forse sarebbe davvero troppo oneroso e grottesco, si tingono i capelli con colori sgargianti.

Non giudico nessuno: ognuno è libero di sentirsi a proprio agio, solo una semplice e banale considerazione: se dopo i quarant’anni non hai neanche una frezza bianca, non significa che rientri nell’1% della popolazione mondiale maschile che incanutisce dopo i cinquant’anni, che hai un DNA speciale, significa che ti tingi.

E si vede. Anche se ti affidi al migliore dei parrucchieri per uomo, basta osservare il capello contro luce, sotto un barbaglio, una fonte luminosa potente, naturale o artificiale, e appariranno dei contro colori, dei riflessi ibridi, meticci, insostenibili, rossicci.

Così, ancora, è piuttosto ridicolo verificare che un collega privo di capelli, perché ne ha pochi e deboli, radi prima dell’estate rientri dalla villeggiatura con nuova capigliatura, folta ed omogenea.

Ripeto, sono amenità, facezie, discussioni agostane per interrompere il cardiopalma della crisi del Governo. Tuttavia, però, nascondono una tendenza ormai diffusa: l’incapacità dell’uomo maschio di accettare il tempo che scorre. Di vedersi attorniato da rughe, con occhi rimpiccioliti, capelli radi – per questo molti giovani si tagliano i capelli a zero, non certo perché va di moda ma perché cominciano a perderli anzitempo. La domanda persevera e insiste nella mente, a rimestare, e mi rimanda all’incapacità di auto analisi e accettazione: che male c’è ad invecchiare, a portare su di sé, leggibili, i segni di una storia, della Natura che ha fatto il proprio corso? Piuttosto, ritardarlo ricorrendo ad espedienti più o meno radicali, produce una sudditanza psicologica e un’incapacità di vedersi differenti, la schiavitù di ricorrere periodicamente all’illusorio tagliando di una forzosa giovinezza.

Fino a qualche tempo fa, lo si tollerava per gli attori, per chi con l’immagine doveva viverci e ricoprire ruoli dettati da sceneggiature e copioni. Ci si ringiovaniva e invecchiava all’occorrenza, nella rappresentazione teatrale della vita.

Ora, però, la tendenza è dilagante, e t’imbatti nei corridoi degli uffici, di fronte le macchinette dei caffè, al ristorante, per strada in uomini evidentemente maturi d’età, con la pelle non proprio elastica e lucida ma i tessuti opachi, con capelli nero corvino che neanche un bimbo di pochi anni potrebbe, forse, sfoggiare. O, al contrario, gote raggrinzite dal tempo che collimano con borse ed occhiaie pesanti, avvolte in un sfolgorante colore paglierino. Colori tanto vividi da potere essere solo artificiali.

Qualcuno potrebbe obiettare che per parità di genere anche il mondo maschile si appropria di attenzioni e cure che antropologicamente e storicamente sono, dai secoli dei secoli, appannaggio femminile. E non ci troverei niente da obiettare tranne l’effetto,  davvero ridicolo. Così chi torna da una degenza con le gote rifatte e gli occhi tirati, i capelli folti al punto di sembrare fonati, come un motore interno li scuotesse e agitasse per farli restare cristallizzati in una nuvola gassosa. Non può che apparire imbarazzante.

L’imbarazzo sorge, come molti sentimenti, spontaneo. Così quando mi imbatto  accendendo il televisore ed assistendo a maratone politiche, a edizioni di telegiornali dove uomini maturi e attempati sfoggiano, appunto, colori improbabili, lineamenti artificiali. Questo lo accetto poco, meno, quasi per niente. Per la categoria,  perché ritengo che per raccontare la realtà politica, di cronaca, di cultura bisogna essere, almeno, seri e credibili. Non sarebbe più opportuno e ragionevole affidarsi a un buon psicoterapeuta che aiuti a convivere con il naturale fluire del tempo? Risolvere la problematica una volta per tutte, guardarla in faccia senza restaurarla con alchimie improbabili, accettarla per quel che è. Vale come autostima e accettazione, vale soprattutto nei rapporti interpersonali e sentimentali. Se si è realmente accettati, mettiamola così, è per quel che si è: dentro e fuori.  Senza trucchi e inganni, senza eterni tagliandi.

E a questa tendenza, così triste, pensavo proprio ieri sera, tra i tanti granitici interrogativi, mentre assistevo a una lunga diretta televisiva sulla crisi e i numerosi scenari che si stendevano davanti. Mi chiedevo con quale coraggio il giornalista in questione si districasse tra interventi, parole date e tolte, di fronte una camera e milioni di spettatori indossando con naturalezza una credibilità estetica paria a zero.

Insomma è tutto molto relativo, e lo ribadisco, una chiacchiera da bar per esorcizzare il momento storico drammatico del Paese e delle Istituzioni. Eppure, proprio perché sentiamo questo peso, e con troppa serietà prendiamo ogni evento e virgolettato che ci circonda, ogni take di agenzia stampa, ogni rumors, perché anneghiamo in rassegne stampa e da una vita cerchiamo di intercettare la comunicazione e spiegarne alcuni meccanismi, perché ci informiamo e documentiamo con la stessa tensione e accortezza con la quale viviamo lo smarrimento di una guida incerta, che trovo intollerabile tutte le stupidaggini e debolezze che potrebbero essere superate con un poco di ragionevolezza.

Il giovanilismo e la narrazione della giovinezza e potenza sempiterne, prodotto dell’ultimo ventennio importato e nostrano,  rischiano di scalfire anche strati di cultura e psicologia, di condizionare e deviare ragionevoli comportamenti. Così come nel film spagnolo del 2003 di Fernando Leon de Aranoa, “I lunedì al sole”, nel quale si affronta il problema della crisi spagnola nel distretto industriale di Vigo. In un passaggio molto potente del film, un attempato signore si tinge i capelli prima di sostenere un colloquio di lavoro presso un’agenzia interinale. Consiglierei questo film, che tratta della disperazione occupazionale, anche per questi dettagli, simboli importanti di un mondo in preoccupante trasformazione che non va, mai, assecondata.

25stilelibero