Giovani

 

È arrivato il nostro tempo. Quello di chi ha sempre votato, fatto volontariato, si è speso, ha osservato e commentato, votato sempre e per il “meno peggio”. Lo ha fatto da prima di avere il diritto di votare. Lo ha fatto ascoltando le storie dei propri genitori, trascorrendo le nottate nelle sedi di partito, nei circoli, nelle sezioni, nelle feste dell’Unità, nei direttivi, nei volantinaggi, nelle molteplici campagne elettorali. È il suo tempo. Ha sviluppato una capacità ineffabile e impareggiabile nel “turarsi il naso”. È passato dall’ideologizzare tutto, al disincanto completo pur restando coerente alla storia, la propria, e un ologramma di ideologia. Ha compreso appieno i meccanismi, si sente in totale credito verso la propria città e molte Istituzioni. Sarà per questo che il mio sguardo, da un paio di anni, è ammantato di disincanto. Non vede  attorno a sé energie propulsive, idee innovative, socializzazione organizzata, politici così capaci da ridestare la voglia di rimettere in circolo senso civico e appartenenza. E non è uno sguardo cui corrisponde un sentimento soggettivo, un malanimo proprio interno: scaturisce dalla politica liquida, incerta, chiusa in sé stessa. È un’oggettività pesante. Un macigno. Un sentimento malmostoso e costante, decadente, di chi non vuole più ascoltare tanto rumore, clangore, slogan senza peso, autori senza coraggio e l’energia sprecata nel presentare e servirsi di persone incapaci o solo perbene. La crisi istituzionale è crisi amministrativa e, quindi, civica. Tutto si riflette nella quotidianità del cittadino che si abitua a farcela da sé, che dà per scontato di doversi organizzare e arrangiare.  Per questo Roma ad agosto mi sembra così desolata e decadente, nonostante sia spopolata non riesco più a godermela come turista occasionale. È triste e decadente come, sovente, il nostro sguardo. Come in un gioco di specchi, si riflettono decadenze e tristezze, pensieri lasciati e abbandonati. Perché non ci sono servizi, perché l’odore di spazzatura con il caldo si potenzia e avvolge la città in una mefitica cappa. Non basta più la storia e l’arte a fare la differenza. Quelle le ritrovi già qui, fatte e preparate, nei secoli dei secoli. Tuttalpiù le amministrazioni hanno dovuto manutenerle al meglio, riuscendoci in diversa maniera.  Alcune sono state davvero efficaci, altre assenti. Cosa davvero potrebbe rendere felice, di quanto esistente, un romano ad agosto? Ben poco. I disservizi sempre gli stessi: tutto chiuso, limitato, come le offerte culturali e sociali, l’impossibilità di muoversi con minima agilità, l’assenza di socialità e aggregazione. Non esiste più la curiosità che dovrebbe salvare il Mondo. Insomma, a trent’anni se ti capitava di restate d’estate in città ne approfittavi, davvero, per sfruttare e agire quell’improvvisa energia ammantata di novità che ti conduceva nei meandri di un luogo noto, ma da riscoprire sempre. Ti accompagnava per mano negli odori, nei sapori, nei colori, negli accessi, nelle urbanistiche meno note, negli zampilli delle fontane monumentali e nella cortesia dei commercianti, come nella luce incandescente, un barbaglio che bruciava le braccia e si amalgamava al rosso del tramonto. Oggi questo non lo vedo, non sento l’energia, il mio sguardo è pieno di frustrazione e indifferenza. Per l’assenza di una regia, di una visione, di un progetto a lungo termine. E non mi interessa attribuire responsabilità o colpe: mi interessa solo constatarlo. Che tutto è, davvero, troppo difficile. Che anche una città così bella si spegne, non ha più anima, non è allettante, non incuriosisce anzi s’impregna d’insicurezza e alimenta uno stato di ansia. Sarà perché noi giovani, ma non più giovanissimi cittadini, ne abbiamo viste tante e con quell’esperienza maturata nello zaino, zigzaghiamo per la città, insofferenti, speranzosi d’essere sorpresi da novità, aneddoti, persone squisite, nuove storie da raccontare. Invece constatiamo che tutto, inesorabilmente, peggiora. Per questo organizziamo, potendolo fare, le ferie ad agosto. Perché chi vuole restarci in una landa desolata e abbandonata da visioni ed idee? Chi può trovarcisi a suo agio? Solo i bulimici, gli insonni, gli irrequieti che comunque si muoverebbero a prescindere. E allora continuano a calpestare la città fino allo sfinimento. Liberando endorfine. Ma l’apprezzano veramente questa città? O ci acconciano forzosamente, perché non hanno alternativa alcuna, posto dove andare. Alcuni non hanno neanche una casa, neanche in affitto, occupano e basta.  A mio avviso solo i turisti si ritrovano a Roma ad agosto. E non possono realizzare considerazioni politiche, pertanto non si interrogano. Ora è arrivato il nostro tempo, dopo tanto avere dato e contribuito, auspicheremmo di essere sorpresi e raccogliere, almeno, una minima parte di tanta semina. Coglierci di sorpresa.

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