Napoli

Tornare a Napoli dopo anni mi lascia sempre basito, sovraeccitato e poi, nel percorso di ritorno, verso casa, mi rendo conto che qualcosa di certo è stato sbagliato. Perché non è possibile che una città così bella, non ancora intaccata dalla gentrification, non almeno come Roma o altre metropoli equiparabili, dove ricchezza e povertà sono ancora consecutive, si tengono a braccetto almeno urbanisticamente, nei vicoli, nei palazzi, nelle interazioni sociali, nei cortili insospettabili, nelle geometrie irregolari sprofondi in una ricchezza culturale e sociale, te ne ubriachi, ma quel che resta per chi deve viverci è davvero poco. Ancor troppo poco. Perché la bellezza cura e allieva, ma non sana le mostruosità, gli errori del passato e del presente, non guarisce. La ricchezza e la povertà a Napoli non sono terre lontane e mondi opposti.  Non esiste un centro ricco e una periferia povera. Tutto nasce ammonticchiato, sparpagliato, contaminato, sovrapposto, giustapposto, condonato, recuperato. Tutti gli edifici si lisciano, si toccano quasi per mano nella speranza di ammaliare e corrompere l’altro, di sedurlo. Qui come in molte altre città d’Italia, i giovani non lavorano e chi è rimasto, per molteplici ragioni, senza fuggire all’estero o altrove, sempre in Italia, si è adattato a svolgere qualsiasi occupazione, in barba alle professionalità ed i percorsi di studio ed esperienziali. A dispetto dei sacrifici dei genitori che hanno investito nel loro futuro. Un futuro che si è fatto presente, nel quale tentennano, camminano su pezzi di vetro e sono coraggiosi. Tanto abituati ad arrangiarsi da non stupirsene più, da raccontartelo con semplicità. Hanno sviluppato, loro malgrado, un’arte di resistenza che gli invidio. Non perché io non ne sia capace, perché la loro è la generazione immediatamente dopo e prima. Sospesa tra il sogno e il disincanto. Come la nostra, d’altronde. Eppure immediatamente prima il nuovo secolo, quello dei nativi digitali, quella che ancora una volta avrebbe dovuto raccogliere quanto seminato da anni e anni di lotta dei propri genitori. E non bastano i film di Ferrente, né i libri di Erri De Luca, quelli di Elena Ferrante, il cinematografo, la Gatta Cenerentola, i ricordi di tanta bellezza partenopea passata, gli spazi recuperati al degrado dalla street art e le performance artistiche geniali di nuovi autori a creare altro lavoro. La loro presenza impreziosisce la città, la migliora agli occhi di tutti, poi però resta il quotidiano. Diffuso ormai nella maggior parte delle metropoli e territorio italiani, al nord come al centro e al sud. Ma fa paura vederlo anche fuori casa, parlando fitto fitto con i diretti interessati. La gente, i giovani devono sempre arrabattarsi, anche i meno giovani, chi ghermisce uno straccio di lavoro, lo difende nonostante la digitalizzazione e automazione di ogni flusso. Facendosi ricoprire di diktat, improperi, comportamenti che un tempo un qualsiasi saggio sindacalista non avrebbe minimamente concepito, tollerato e fatto tollerare. Allora veramente c’è stato più di qualche semplice errore.  Insomma, in queste ruote politiche, capriole e salti carpiati, oltre a preoccuparsi di tenere uniti i partiti e le forze politiche, bisognerebbe prima di subito investire in lavoro e infrastrutture, sanare anche le situazioni di lavoro presente ma malato, martoriato, discriminato per logiche politiche, oggetto delle correnti e sub correnti, annegato nelle faide di rivoli che continuano ad ingrossare nonostante l’ipocrisia di molta classe politica lo neghi. Dai cadaveri degli sbagli, reiterati nei decenni, emergono ancora urla disperate di vendetta, sani desideri di riscatto. Questi giovani devono avere le prospettive che meritano, come le meritano i meno giovani. Tutto è poi chiaro e alchemico, una malia alla quale è impossibile sottrarsi: mare in cui nuotare a bracciate vigorose, pietanze da assaggiare, neo melodici da ascoltare, artisti da scoprire, defunti da adottare, miti sacri e pagani che si mescolano in una Napoli sotterranea, piena di fascino e meno nota ai più, a chi si abbandona agli arci noti circuiti turistici, indolente e neghittoso. Una Napoli che ammalia e seduce: vedi Napoli e poi rimboccati le maniche, riparti con slancio e voglia di rivendicare diritti e giustizie. Perché un’etica come una capacità minima esistono sempre, corroborate anche da una Politica che non risponde.

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