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Ho seguito le vicende di Mina Welby, amica cara, e di Eluana Englaro con grande interesse. Ne ho scritto nel tempo, in più occasioni,  cercando sempre nuovi spunti per farlo.  Per ribadire la necessità di un’apertura. Nonostante la legge 219 del 22 dicembre 2017 sul biotestamento, testamento biologico e Dat (dichiarazioni anticipate di trattamento), in Italia non è possibile parlare di eutanasia o di suicidio assistito. Come dei “casi limite”, che pullulano nel nostro Paese, anche se rinchiusi nelle case private, nelle notti insonni di madri e padri, mariti e mogli, fratelli, conviventi stremati che vivono tra ansie e sensi di colpa, nell’impossibilità di porre fine alla propria indeterminatezza e possibilità di sopravvivere alle condizioni disumane, mai scelte, del figlio o parente. Casi in cui, più che sopravvivere si è costretti alla vita, incoscienti, eterodiretti da macchinari, nutrizione con sondino e somministrazione di farmaci.  Nonostante i richiami delle Corti a legiferare, il Parlamento italiano doveva farlo entro lo scorso 23 settembre, e i diversi disegni di legge proposti e depositati alla Camera, siamo ancora qui a dibattere dell’opportunità o meno dell’eutanasia e del suicidio assistito. Sempre con un approccio manicheo alla discussione, dei buoni e dei cattivi, della sinistra e della destra, dei giovani e dei vecchi, dei credenti e degli atei.  Poi però, per impossibilità di sintesi tra le differenti contrapposizioni, urlate e strumentalizzate per strada, nel Pd come nel Movimento 5 Stelle, per non parlare della Destra, della Lega e più prossimi, tutto si arena. Quello che per la prima volta vorrei provare ad esplicitare in modo semplice, è che il fatto di essere credenti o meno, di santificare l’esistenza e concepirla come dono di Dio, non fa di questa un fardello da tollerare sempre e comunque, anche immersi nel dolore e nella totale irreversibile incoscienza. Il problema non è di fede, ed è questo il grande equivoco al quale si tengono attaccati molti cattolici e credenti, più in generale, il problema è etico. Come sempre, però, per estrema sintesi, altrimenti assenza di approfondimento e tentativo di mettere in discussione posizioni anacronistiche e monolitiche, si tende ad affidarsi alla posizione reiterata nel tempo. Non si sollevano dubbi o possibilità di sviluppare un ragionamento in maniera seria e concreta, di apertura e cambiamento. Non dovrebbe essere uno scontro di metà campo, di “destra” o di “sinistra”, semplicemente un confronto sul buon senso. Anni fa ascrivevo puntualmente per un mensile dal titolo “Noncredo”, una rivista importante e che ospitava e spero continui ad ospitare nomi autorevoli, dalla politica alla medicina, alla filosofia, che affrontavano sempre soltanto temi etici e di diritti da acquisire o     considerare.  Ho realizzato diverse interviste, in tempi non sospetti, come al neurologo Mario Riccio per il caso Welby e a Carlo Alberto Defanti per il caso Englaro.  Grazie all’amicizia con Mina Welby sono riuscito una decina di anni fa, nell’unico Municipio di Roma dove consentito, a depositare il mio testamento biologico. Non esisteva ancora una legge, ma era possibile sottoscrivere un atto e certificare la propria posizione rispetto ad eventuali stati irreversibili di dolore e incoscienza. L’atto non ti garantiva ma costituiva un valido deterrente nel caso in cui ti fossi trovato in una situazione limite.  Mi ricordo il pomeriggio assolato d’estate, che dietro Marco arrivai di gran fretta a pizza Don Bosco. Poi al Municipio, poi l’iter veloce ed efficace. Ognuno di noi ha custodito la propria lettera, con la disposizione e i codici relativi. Ho pensato, già allora, che se mi fosse accaduto qualcosa, l’avere almeno lasciato una traccia scritta e chiara avrebbe aiutato chi si fosse trovato “dopo di me” a gestirmi. Anche Marco fece altrettanto. Poi la legge nel dicembre del 2017: un grande passo avanti, non c’è che dire, ma sempre sofferto se paragonato alle impronte lasciate da altri Paesi europei, molto tempo prima, senza trascinarsi per strada in lotte e invettive continue. Deve essere questo: in Italia riusciamo a dividerci su tutto, ma con particolare abilità, quasi chirurgica, sui diritti.  Culturalmente sopravvive un approccio che relega i diritti a qualcosa di contrattabile, sempre, ed opinabile. Un tema comunque non necessario. Un dibattito sulla acquisizione o ampliamento dei diritti è sempre concepito come privazione di qualcos’altro. Come se, pur non importanti, fossero comunque monetizzabili e barattabili nel momento in cui se ne parla e qualcuno vuole estenderli. Allora, sì, assistiamo alle crociate di chi, quei diritti, neanche li ha mai ragionati o conosciuti fino in fondo, neanche ne aveva contezza. Pertanto, “Italian first” e prima tutte le categorie già normate e numericamente dominanti: dagli eterosessuali ai credenti, ai genitori, alla famiglia naturale e agli sposati. L’elenco è lungo, ma al momento lo fermiamo qui.  E una manovra economica, un def, un deficit, un pil cui stare dietro sono sempre prioritari rispetto ai diritti e alle “belle addormentate” per citare il bellissimo film di Marco Bellocchio. Intanto la bella addormentata veniva tenuta forzosamente in vita, nonostante il parere dei propri genitori, dei parenti, dei compagni e un’indole chiara e manifesta.  E questo perché, prima della legge, magari non si era preoccupata di formalizzare la propria posizione sul fine vita, non aveva sufficientemente esternato, non per iscritto e inappuntabile, la propria posizione. Io credo, al di là di qualsiasi fede, che vegetare non sia vivere, che restare pulsanti e attivi solo poiché attaccati a dei macchinari e nutriti da sondini non sia vita. Non basta a raggiungere la soglia di dignità, minima, per cui quella condizione può essere rappresentata come una delle forme di vita possibili e, comunque, se non siamo nessuno per giudicare dobbiamo, almeno, potere scegliere.  Non esiste senso del dovere o di colpa rispetto all’esistenza, non deve. Non si deve vivere, si deve sempre scegliere di potere vivere. Perciò qualsiasi parere contrario, l’obiezione di coscienza dei medici, come della Chiesa più ortodossa che aprioristicamente non ammette l’interruzione dell’esistenza per volere del paziente, del malato, di chi patisce uno stato indesiderato o di un suo rappresentante legale è destinato all’impopolarità, ad essere superato nel tempo, per l’incalzare di chi con sofferenza è chiamato a gestire quotidianamente situazioni limite. Per l’insofferenza e le urla, quelle sì legittime, di padri e madri che assistono figli incoscienti da decenni, dalla loro nascita, che condividono la quotidianità con realtà troppo dolorose, cui è difficile sopravvivere e solo assistere. Scrissi, sempre diversi anni fa, un saggio edito da LibertàEdizioni dal titolo “Sì, cambia!”, nel quale avevo intervistato venti famiglie, genitori di figli disabili, più o meno gravi, credenti, agnostici, atei, socialmente e culturalmente eterogenei. Avevo selezionato un campione appositamente eterogeneo e trasversale. Ebbene, anche nel genitore più fedele alla fede e a Dio, una tautologia, non ho mai trovato un accanimento terapeutico e mentale. La vita ad ogni costo no, è un concetto superato da se stesso, dalle persone, dalla società, dai tempi, dalle troppe belle addormentate e addormentati.  Non credo alcuni temi siano più procrastinabili. Un disegno di legge sulla eutanasia e sul suicidio assistito è indispensabile. Una disciplina, una direttiva che sottragga alla opacità e alla assenza di indicazioni molte persone disperate. L’ultimo, cronologicamente, il caso di Dj Fabio e il processo a Marco Cappato. Tristi, coraggiose cronache, sempre più ricorrenti, che ci raccontano un Paese privo di norme, che asseconda indolenza e pigrizia mentali, che si trincera nella assenza, presunta tale, di numeri per combattere nelle sedi opportune e legiferare.

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