GretaSe il Time ha scelto Greta Thunberg persona dell’anno una qualche ragione ci sarà. Ora, però, l’azione efficace di questa straordinaria ragazza deve proseguire con le decisioni e i provvedimenti di Politici, consenzienti e non, che l’applaudono comunque. C’è chi, seguendola da vicino, sostiene che la narrazione vincente di Greta non consiste solo nella giovane età, nella semplicità del suo pensiero così diretto, intenso, sensibile e scevro da sovra strutture, dalla sua pervicacia, dalle traversate oceaniche come dalla resistenza passiva con i “venerdì di sciopero per il futuro”, quanto dalla fuga che la ragazza ha sempre mostrato dal “consenso”. In un’epoca ipertecnologica, dove si vive più sulle piattaforme virtuali che non reali, a Greta non importa niente di ricevere qualche, molti o forse nessun like. Agisce e basta. Ed è proprio questa la cifra del suo successo planetario: risponde pacificamente a chi la schernisce come hanno fatto Trump e Bolsonaro nella loro profonda ignoranza che non perdono occasione per sbandierare. Non piace alle destre sovraniste, nazionaliste, a tutti coloro che sono impegnati in battaglie contro gli immigrati, che sono ossessionati dalle diversità che non riescono ad accogliere, che sono preda di un anancastico e delirante tentativo di esaltare solo ciò che è nazionale, tradizionale, radice propria come se lì, in un Fuori ipotetico, oltre i confini di Casa propria, ci fosse qualcuno pronto a sottrarci un’identità storica e nazionale. Ovviamente non siamo nei pensieri di nessuno, soltanto nel vuoto pneumatico politico generale invece di rincorrersi in narrazioni che portano facile consenso, snaturando la propria identità storica e quel che ne resta  bisognerebbe cominciare a sciorinare ricette, soluzioni specifiche,  funzionali ai problemi della disoccupazione in primis, dell’immigrazione, dello ius culturae e soli, dell’estensione massima dei diritti civili per tutti, di politiche a favore della natalità, della sicurezza sul lavoro.  È destinato ad esaurirsi nel tempo il solleticare e vellicare le pance con il terrore, sfogando l’elettorato della rabbia alimentata e sotterranea, fagocitandolo nell’orgoglio nazionalista e nell’esaltazione di una cultura nazionale, il registro della destra italiana. Tutto di destra e populista. Qualcuno continua a dirmi che questo è il “tempo” della Destra se, ovunque  in ordine sparso, prende il sopravvento pericoloso sulle altre formazioni e proposte politiche. Allora l’unica reazione è quella di presentarsi con narrazioni diverse, anche analizzando gli stessi temi e priorità, che sono oggettivi, ma adducendo soluzioni differenti. Farlo anche impopolarmente, se convinti di un’alternativa realizzabile. Per questo bisogna puntare sui diritti, sul “green deal” della quale ha parlato oggi la Von Der Leyen, superare le sindromi “nimby”, prendere di petto i problemi. Il tema della sicurezza non lo si risolve certo con i decreti di Salvini, non cavalcando e incoraggiando una sconfinata legittima difesa, non diffondendo una cultura del “fai da te”, dell’uso e detenzione facili delle armi, né tanto meno individuando le ragioni del proprio malcontento nelle capitane coraggiose come Carola Rackete. Tutto sbagliato, ma accattivante, laddove il senso critico e la conoscenza si sono smarriti, così ogni tentativo di approfondimento dei problemi trattati. Reagire: questo sì è di sinistra. Opporsi a tutto questo delirio di opacità e ipertrofismo muscolare, al desiderio dell’uomo forte e solo  al comando che piace solo a chi non lo ha mai conosciuto, il 48% di un ultimo sondaggio nazionale. Non basta dire all’elettorato di avere una proposta per tutto, ogni incombente e tracimante priorità, consigliando di andarsela a leggere sui propri programmi on line.  Non funziona così. Bisogna spendersi per strada, uscire ogni tanto dai canali televisivi e dalle piattaforme social per ricominciare con il “porta a porta”, i mercati, le fabbriche, le aziende, con il rifondare i circoli, luoghi di discussione reale senza incappare in troll idioti, profili falsi e algoritmi in grado di drogarti il cervello. Ricominciare con lo spendersi.  Questo è di sinistra. Come anche contrastare la tecnologia che non facilita il lavoro dell’uomo. Il binomio tecnologia – umano se serve a produrre di più e meglio, ad arrivare dove l’uomo da solo non può abbattendo traguardi impensabili è ben accetto; se la tecnologia sostituisce l’umano in funzione e precisione per arrivare alla  quantità,  non è ben accetto. Significa posti di lavoro in meno. Questo è di destra, come  l’errore compiuto dalla sinistra di accettare incondizionatamente o quasi, negli anni passati, gli effetti nefasti della globalizzazione. Esistono processi che non puoi stoppare, ma controllare e circoscrivere sì. Si può sempre dire di “no” alla delocalizzazione, allo sfruttamento minorile, degli extracomunitari, al falso “Made in Italy” che annulla la storica artigianalità e creatività di un Paese che nulla ha a che fare con gli “Italian first”. Abbassare le prestazioni in qualità  per la  quantità, abbassare gli stipendi, implementare il nero e il sommerso  non è certo di sinistra. Oggi leggevo del sindaco di New York, Bill De Blasio, che ha cominciato a cacciare con un tweet  dei robottini porta pacchi  che in città si sostituivano agli umani. Poi c’è chi, senza arrivare all’estremo luddismo, sempre nell’entroterra americano, ha cominciato a sparare sulle autovetture senza conducente. Se scienza e tecnologia sono dirette da uomini e non li sostituiscono, generando una complementarietà perfetta, allora ogni forma di automazione è ben accetta. Se il robot massifica ogni funzione, schiacciando verso il basso e omologando tutte le professionalità fino a sostituire l’umano, allora sono completamente in disaccordo. E si può sempre fare qualcosa per stoppare l’eccesso di automazione, così come l’eccesso di menzogne, di improperi, di insulti gratuiti, di fake news delle quali apparenti filantropi e fondatori di moderni social terrebbero un attento controllo. Solo condizionale. Non è così, se non quando soggetti a multe milionarie. Allora, torna fuori repentino il discorso etico. Tra una vasca e l’altra, una nuotata e l’altra, pensavo che in realtà i temi e le battaglie dalle quali ripartire sono sempre gli stessi, infiniti. Manca il coraggio di risultare inefficaci rispetto alle politiche ipertrofiche e muscolari, introducendo piuttosto un elemento di critica, di discontinuità che costringa al ragionamento, a porsi domande e cominciare a vedere la realtà con occhi differenti. Rincorrendo l’avversario sul suo stesso “terreno” non si vince mai, tuttalpiù si contiene la sconfitta. Altro dato del quale si parla poco: nel nostro Paese si è smesso di fare formazione nelle aziende e nel mondo del lavoro. La popolazione, il lavoratore medio invecchia ma non si spende più per formarlo e farlo stare al passo con i tempi e le modalità relazionali. Si preferisce sfruttare dei giovani che non saranno mai assunti, nati precari e destinati alla fuga, che sono solo dei momentanei facilitatori tecnologici, “smanettoni” ignoranti. E poi? Poi non sanno fare un ragionamento compiuto, non hanno mai sviluppato un senso e ragionamento critico, non conoscono la propria lingua ma si dilettano in neologismi, espressioni sgrammaticate, un inglese dozzinale e confondono congiuntivi con condizionali, nuotano nell’orrore ortografico. Per questo non usano le mail e parlano poco in pubblico, perché conoscono i propri limiti e temono l’errore, sempre imminente. Non si può certo generalizzare, ma molti giovani cooptati in questo sistema picchiettano sui social, usano acronimi e neologismi, semplificano tutto per togliersi  dall’imbarazzo. Ecco. C’è molto da fare, basta volerlo veramente. In alto e a sinistra la strada è nitida e in salita. Basta volerla percorrere.

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