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Dopo quasi una settimana di reclusione forzata capisci quanto tempo perdi a fare cose inutili, attaccato agli smartphone, a perfezionare lingue che normalmente ti occorrerebbero nel mondo ma ora non puoi parlare se non via skype o con una video chiamata, su WhatsApp, o altri dispositivi similari. Abbiamo bisogno di vederci, anche in lontananza, di sostituire almeno l’impossibilità di toccarci e abbracciarci con lo sguardo e con la parola, il suono vocale. Avete fatto caso come sono incrementate le video chiamate in questi giorni di reclusione? La tecnologia sopperisce alla mancanza, forzata, di corporeità. E questo è normale, per la prima volta la tecnologia non ci sovrasta ma ne abusiamo, la pieghiamo alla nostra necessità, invertendo il rapporto di forza, per sopravvivere. Mia mamma ha ottant’anni e ha imparato, a suo modo, a fare le video chiamate, anche se la voce si disperde ed è asincrona rispetto alle immagini, nei corridoi ampi di casa sua. Ci prova e riprova e sta diventando davvero brava. Poi gli spazi ci sembrano più piccoli, ce la prendiamo per ogni angolo della casa che non è strapulito. I grumi di polvere e ogni piccolo disordine, ogni crepa sul muro, alone che normalmente, in regime di libertà, tollereremmo quale normale quotidianità per lo sparuto tempo trascorso a casa, diventa un nemico imprescindibile, il segno che un altro virus ci sta cogliendo. La cattività ci regala attimi di maggiore consapevolezza e, allo stesso tempo, di ira improvvisa, d’intolleranza verso ogni distonia, ogni asimmetria che si va ad aggiungere allo stato di prigionia, di assenza dei diritti cui siamo abituati. Ci riscopriamo più indolenti, trasandati, abbandonati ad una ineluttabilità. Sempre attenti e vigili alla pandemia, e questa tensione continua ha necessità, almeno in alcuni attimi, di spezzarsi. L’eccessiva responsabilità miscelata alla sana paura, che non è psicosi, sfoga nelle letture sempre interrotte da qualche citofonata, dall’amico e amica che ti chiamano per sapere come stai, per sentirsi rassicurati rispetto al fatto che sono reclusi, soli, a casa. Le famiglie costituite da single in Italia sono una cospicua fetta della popolazione. Cosa significano due settimane di integrale isolamento vivendo, da soli, a casa? È già difficile in due o con figli, figuriamoci da soli.  Stesso letto, stesse superfici, stesso computer, stesso pensiero fisso. E i pensieri sul prima, durante e dopo s’affollano ciclicamente ad interrompere l’ennesima lettura e scrittura, l’esercizio di funzionale praticato in bagno o in soggiorno, sperando che il vecchio pavimento non crolli. Siamo pieni di propositi che di disfano poiché consapevoli di stare vivendo un momento così potente e importante, da restituirci tutta la nostra oggettiva piccolezza cosmica. E poi le prime proiezioni vanno a coloro che passata la quarantena coatta dovranno tornare ad un lavoro che prima del Corona virus avevano e che, magari, non esisterà più o, se esisterà, sarà ancor più difficile. Possibile? Più difficile di quanto un qualsiasi lavoro non possa essere oggi, a prescinde? Sì. Quale futuro economico per il nostro Paese, quanto tempo per ricominciare a sognare, anche poco, ad avere una prospettiva, anche circoscritta, oltre i drammatici numeri dei contagi, degli asintomatici, dei ricoverati, dei guariti e morti?  Il picco questa settimana. Sale il nervosismo. E noi ci abbandoniamo a catartici flashmob che ci attendono ogni giorno, rispettivamente alle 12 e alle 18 del pomeriggio. La nostra ansia, controllata, oggi è confluita nelle nostre note, stonate, di Azzurro, preceduta dall’Inno di Mameli e seguita, domani, da Il cielo è sempre più blu.

Cantiamo che un po’ ci passa. Andrà tutto bene, deve essere così.

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