Quello che in questo bollettino del contagio inquieta è che in pochi giorni siamo passati dal concepire un virus grave, soprattutto per anziani ed immuno depressi, ad una ineluttabilità che avrebbe riguardato tutto il Paese e, poi, il Mondo. Nessuno escluso. Ora, pian piano, lo hanno compreso tutti.  Anche se Bolsonaro apostrofa l’Italia come un “paese di vecchi”, dove si muore non per il virus in sé ma per la precarietà anagrafica della popolazione, un po’ come a Copa Cabana dove c’è un vecchio per ogni palazzo. Dichiarazioni che si accompagnano bene a quelle di Trump, che continua a stigmatizzare il virus definendolo il “virus cinese”. Intanto, nel mondo, sono oltre 200 mila i contagiati e 8.000 i morti sulla base dei dati della Johns Hopkins University. Un primo dato percentuale: la mortalità sarebbe del 3,99%. Non è una guerra, ma miete le stese vittime. Quello che sta capitando a Bergamo, per esempio, è indescrivibile. Le percentuali dei morti e contagi è allarmante. Metà della popolazione, almeno, a rischio. E anche uscendo dai focolai, anche se ormai non è più possibile parlare di zone rosse e focolai, ci sono solo morti. Certo, per tante morti anche tante persone che guariscono, molti asintomatici, ma le percentuali ci descrivono un conflitto mondiale. Molti della mia generazione non hanno conosciuto la guerra in casa, solo sui libri di storia, dai racconti di genitori e nonni. La guerra si è trasformata, ha assunto oggi altre forme, ma produce comunque la morte. Ora lo capiamo e lo vediamo. Ora ci interroghiamo sul “dopo”, su come saremo “dopo”, se ci sarà un dopo e chi di noi ci sarà ancora. Il numero di persone che muoiono, che sono sul limitare, i medici e operatori sanitari deceduti hanno già raggiunto un triste picco proprio oggi, le persone contagiate e ammalate che vengono estirpate dalle proprie famiglie, messe poi in quarantena ci descrivono la nuova guerra. Separazioni, divisioni, terapie intensive, spesso la morte in solitudine. Senza potersi salutare, parlare, abbracciare un’ultima volta. E neanche un funerale, perché non è possibile. Molto ho letto dei matrimoni e funerali non celebrabili. Sui matrimoni ce ne faremo una ragione, sui funerali, anche da laico, lo trovo drammatico. In nord Italia c’è chi si tiene il morto in casa, perché non sono disponibili mezzi, persone, trasporti. Insomma. Voglio essere ottimista, dobbiamo esserlo tutti restando a casa, sperando che arrivi presto un picco per essere superato e cominciare una lieve ma progressiva discesa verso un nuovo inizio, un inizio. In Cina è accaduto, così in Corea del Sud. I numeri sono già altri. È che tutti lo aspettiamo con ansia questo dopo, sperando di arrivarci e, nella peggiore delle ipotesi, di poterlo solo raccontare. Mi basta sapere e pensare alle famiglie che hanno visto ammalarsi un proprio caro, che è stato sottratto loro, che è morto nel silenzio, senza poterlo accudire. Senza celebrargli un qualsiasi rito. È un dolore vissuto nella solitudine, come lo stato cui costringe la possibilità del contagio. La solitudine. Siamo separati e nella solitudine troviamo la nostra salvezza, al momento, che è anche nostra condanna. Se ci saremo, saremo comunque diversi nel dopo. Nulla potrà essere più come prima. Nei rapporti umani, sociali, nel lavoro, nella precarietà, nell’economia e nell’occupazione bruciata. Dobbiamo ripetercelo come un mantra e sperare che accada #andràtuttobene

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