Good Times

Già, ora siamo ai buoni spesa e agli assegni emergenziali. Per arginare la povertà incombente non aiutata dalla pandemia. La sofferenza sociale emerge e si fa sentire, soprattutto al Sud. Non è solo reclusione ma potenziali infiltrazioni mafiose nei gangli deboli della società. Quando ci sono pochi viveri e mezzi, affidati ad una distribuzione difficile, è chiaro che sono i clan mafiosi per primi ad accaparrarsi grosse fette di un mercato da gestire. Le parole del Governo arrivano puntuali ma questa emergenza appare sempre più ampia, con contorni sempre più indefiniti e indefinibili, conseguenze dannose fino a un quando che procrastiniamo di giorno in giorno. Ci si ammalerà anche di povertà, di lavori sempre più precari. E in ognuno di noi ronza il pensiero prossimo del futuro. Ad arrivarci! E come? Eccola la guerra che non avevamo vissuta, scandita da paesaggi post atomici e video chiamate con i famigliari. Ci si ama a distanza per mantenere vivi lo spirito e il ricordo delle fattezze, dei profili, per non dimenticarsi. Un affetto in rete, attraverso vetri, senza toccarsi, senza alcun potenziale contagio. Durante la pandemia è soprattutto il dopo indefinito e presago di incertezza e instabilità, recessione, povertà e assenza di lavoro ad occupare i pensieri e ospitarci, spesso, di notte. Nelle terrazze ci si saluta da lontano con bimbi che prendono qualche minuto di spensieratezza sempre a debite e rigorose distanze. L’unica umanità si sgretola tra i panni stesi, le bacinelle lasciate al sole e qualche monopattino, triciclo, gioco dimenticato in un angolo, appoggiato ad un muro sgarrupato.  Gli alberghi sono scheletri vuoti, non c’è prova dell’esistenza. Come per le strade. Allora scatto foto distratte cercando di cogliere qualche elemento di vita. Solo volatili e terrazze e panni stesi e pochissimi sguardi sospesi e interdetti che s’incrociano eloquenti. Ciascuno conosce perfettamente il disagio e la paura dell’altro, senza parlarne troppo, perché è il suo. Stessi e separati. Oggi ho cominciato a leggere un e-book dopo avere terminato un saggio sugli Stati Uniti d’America.  Mi sembra molto surreale tutto questo continuare, necessario, come se da una parte nulla fosse capitato. E invece è capitato tutto e dobbiamo continuare ad espletare il bello che ci resta, declinarlo, coltivare letture e sonni, scattare fotografie, organizzarci in video chiamate, ballare e cantare, suonare. Insomma, dobbiamo riempirci di immagini e contenuti fino allo stordimento. La sana reazione e distrazione. Avremo tanto, troppo tempo per elaborare quanto stiamo vivendo. E, poterlo fare, sarà già una fortuna. Senti che vento e Good times di Ghali fanno da colonna sonora e culturale alla mia domenica. Questa, del 29 marzo. Con un’ora di sonno in meno e luce in più.  Già, la luce. Così come il nervosismo strisciante di chi è chiuso in casa. In cattività cominci a notare molti dettagli, le geometrie imprecise dell’esistenza e ti abbandoni, nonostante tutto, ad un ineluttabile disordine. Se si è da soli è più tosta. Penso continuamente ad amici e conoscenti che stanno vivendo la quarantena da soli. In due, in famiglia è senza dubbio più facile e motivante, anche se emergono, con il tempo, molte idiosincrasie.  Allora comincio con i messaggi di sostegno. Sono tutti uguali: diretti e sintetici. Dei pugni di speranza sferrati per rompere una sequenza negativa di pensieri e umori. Io ci spero sempre #Goodtimes

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