treni

Alla quindicesima bracciata mi sono reso conto che il mare era lontano. Chissà se tornerò ad asciugarmi al sole, a stendere i pensieri. Quelli che un tempo credevo pensieri, oggi sono poco più che sciocchezze. In attesa che questo stato di sospensione termini, ho riassunto i desideri che vorrei realizzare dopo. Ad arrivarci, ma immaginarli è già un poco viverli. Sicuramente c’è il mare, ci sono le bracciate infinite, a stile libero come a dorso, le immersioni, c’è lo stare assieme, mangiare fuori all’aria aperta, camminare e guidare fino a perdersi. Parlare con tutti, non solo da un terrazzo all’altro, affacciati al davanzale, tra panni stesi che sventolano come bandiere, sipari di teatri di solitudine. Mi manca il contatto che è tatto e, su questo, la rete e le tecnologie non possono nulla.  Mi vedo al mare, accovacciato sul bagnasciuga, a mangiare un panino e sorseggiare una birra fresca. Mi vedo con i libri, ma quelli ci sono anche in cattività, mi vedo a raccontare la giornata, diari, anche quelli speriamo più spensierati di questi. Mi immagino a cantare, storpiare canzoni. Mi immagino a zigzagare per le periferie di Roma in motorino, alla ricerca di qualche nuovo, per me, posto da scoprire. Mi manca il potere fare un tragitto differente dal saturo perimetro del palazzo; vorrei affacciarmi alla farmacia per chiacchierare con chi indefessamente, ogni giorno, rischia sulla soglia dell’uscio e cerca di sopperire alle istanze di tutti. Vorrei raccontare del passato, di quello che è stato.  Sto ancorato all’isolato come una vecchia barchetta di legno legata ad una bitta su una piattaforma di cemento. Ora immagino tutto questo, le giornate allagate dal sole, il caldo addosso, il potere andare alla stazione difronte casa non per osservare i pochi treni che arrivano e partono, ora statici, ma di poterli prendere. Dal mio davanzale tutto è più terso e senza bruma, tutto è post atomico, anche nella sua bellezza. Ho imparato ad osservare le superfici degli edifici, dei tetti fotovoltaici, delle vetrate degli alberghi e delle case a tutte le ore. Ho studiato come il colore della vernice e dei materiali plastici cambia e si combina con il fluire del tempo. Anche in questo sguardo ho scoperto un poco di fascino, ho voluto cogliere un momento di spensieratezza. Anche questa, dopotutto, è vita. Mi affaccio spesso per verificare che un qualche movimento, sussulto di qualsiasi tipo accada. I treni sono immobili e quando raramente inciampi lo sguardo nel loro incrociarsi, la stazione ti restituisce un bagliore, intenso, che ferisce l’occhio. La luce rimbalza sulla superficie metallica dei treni in movimento e torna indietro a raccontarti che la natura, una natura, esiste nonostante tutto. E allora saluti di desideri dal mio davanzale.

25stilelibero