Alla diciassettesima bracciata l’acqua è finita. Sono salito in terrazza e ho seguito con un tutorial la lezione di pilates di Marta. Un attimo di distensione, isolato sotto il sole, tutto mi è sembrato più sospeso di quanto già non fosse. Complice la luce, il caldo ancora non opprimente, ho avuto la sensazione di vivere altrove. Di non trovarmi a Roma, ma in un altro luogo. Dev’essere la pandemia che fa questo effetto. Annichilisce spazi, tempi e diversità. Tranne quando poi ci si ritrova a discutere di sinergie europee, di coronabond, di aiuti incondizionati al servizio di tutti i Paesi d’Europa. Che altrimenti che Europa è? Se non in guerra, quando ci si dovrebbe aiutare? Una guerra mondiale che non esclude nessuno e, soprattutto, non vede vincitori e vinti, ma tutti diversamente perdenti. Allora sarebbe meglio non congetturare troppo sui debiti, di fondi se non consistenti e incondizionati. Non è questo il tempo dei ricatti, dei rifiuti, dei confronti, delle reprimende tra chi sarebbe stato più o meno virtuoso. Via gli stereotipi offensivi e le fakenews, fuori la pietas se esiste ancora e l’universale concetto di comprensione e condivisione. Non è questo il tempo dei paragoni inutili. C’è solo da rimboccarsi le maniche e passare all’azione, prima che il lockdown perenne ci inghiottisca. Ce lo ribadisce l’indagine dello Svimez, così l’Istat, così ogni indagine e ricerca appena cominciata. La salute prima di tutto, ma inimmaginabile non sforzarsi di ripartire, prevedere una graduale rinascita. Altrimenti oltre ai tragici numeri della pandemia ci toccherà contare quelli dei morti di fame, dei non sopravvissuti alla crisi feroce e senza precedenti, dei depressi, degli impazziti. Poi ho smarcato mail, lavoro, conferenze da remoto. Le persone provate sono migliori, ti mostrano profili che non gli credevi possibili. Allora ti sforzi di trovare qualche lato positivo in tutto quanto ci accade. Per esempio stendere le costole al sole in esercizi di inspirazione ed espirazione, srotolandoti e riavvolgendoti. Nelle chiamate che avvengono con toni più cauti, calmi, accoglienti. Ogni parola è doppiamente segno, sonorità e significato. Quando è scritta e quando pronunciata. Rallenti ogni azione per capirne appieno il significato e perché la linea di demarcazione tra il giorno e la notte, la luce e il buio, la cena e il pranzo non esistono più. È un tutt’uno, una resistenza da costruire e reiterare ogni giorno. Con la consapevolezza che ora, più che mai, la vulnerabilità è tra noi, ci lusinga e induce in errori emotivi, pensieri tristi, facili nazionalismi e demagogie pretestuose. I numeri degli ammalati, i bollettini delle sei del pomeriggio scandiscono ogni giornata più dei telegiornali e non tolleriamo più, in guerra, l’apologia del superfluo, la televisione spazzatura sempre più fuori contesto. Le amenità e la leggerezza sì, anche una buona dose di superficialità che distrae, ma la televisione spazzatura, il gossip, la propaganda esibita nella sua disarmante offesa e primordiale e primitiva. Non l’accettiamo. Cambiamo canale e ce ne ricorderemo, sempre, nei tempi che verranno. Tutti a rincorrere i numeri, ad aspettare che la velocità della curva rallenti e si diriga in giù, superato il plateau, l’indice del contagio sotto l’uno, che tutto declini verso ritmi sani, conosciuti. E poi il rinnovato stupore di esserci, ogni giorno, è una possibilità in più, un pericolo scampato. Non che normalmente non funzioni così, ma da un mese a questa parte è rivalutato l’ordinario. Zeno, anche, mi ricorda che c’è, assieme a tutta la sensibilità felina.

 

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