Oggi un rapporto di “Save the Children” sulle famiglie italiane e la reazione alla pandemia mette in luce ancora i ritardi tecnologici sull’uso di computer e device. Nella scuola, in primis, e fuori della scuola.  Sono diffusi nelle case ma, perlopiù, si tratta di smartphone e non apparecchi pc. Molte famiglie non ne possiedono affatto e i figli di queste famiglie non potranno seguire un programma didattico, a distanza, anche desiderandolo. Il ritardo si trascina altro ritardo. Il divario digitale esiste ancora molto, non solo lo si riscontra da Regione a Regione, ma all’interno della stessa città e territorio. Se nel nostro “dopo”, saremo tutti più digitali e avremo compiuto, ciascuno per la propria parte, un’accelerazione in avanti nel nostro essere agili, nel saper lavorare da remoto, organizzare conferenze e riunioni, rispondere in tempo reale a esigenze e impellenze, per una percentuale consistente del Paese tutto questo non è ancora realtà. Il timore è che oltre l’inevitabile crisi nei rapporti sociali, il deflagrare delle solitudini da medicare, il ritorno al tatto e contatto progressivi, ci troveremo a dovere ricostruire il Paese dal punto di vista economico e delle infrastrutture. La povertà sta già aumentando, così il malessere sociale. E forse non bastano le politiche sui fondi europei, ci vuole un’iniezione immediata, scelte consapevoli e dirette, assunzioni di responsabilità e formalizzarle. Non interessano la descrizione delle varie fasi, né essere continuamente avvelenati da un’informazione sul virus contro il quale nulla si può, solo sperare di non essere attaccati e battuti, solo vedere un’azione di contrasto. Più che osservare la ferrea quarantena, munirci di mascherine, guanti e uscire solo per la sopravvivenza non possiamo. E trascorriamo il tempo a fermentare paure personali, con un pensiero ai nostri cari, alle popolazioni più anziane che proprio non meritano di andarsene così.  Isolate, senza uno sguardo, un saluto, un contatto, una funzione laica o religiosa. La dipartita nel silenzio è una tragedia nella tragedia. Poi la nostra quotidiana fissazione sono gli asintomatici, che possono invalidare ogni previsione e dato acquisito dalla Protezione Civile. Osserviamo i numeri, ogni giorno, ma quello degli asintomatici nessuno può definirlo e, quanto messo in campo per contrastare il virus non può conoscere quanto quest’ultimo stia viaggiando e attraverso quanti corpi. Neanche i tamponi ci restituiscono sicurezza e il vaccino che, nella migliore delle ipotesi sarà pronto nel 2021, non sono di per sé le soluzioni. Sono attese angoscianti. Allora ci restano i test sierologici, le mappature, le App alle quali iscriversi, la schedatura anagrafica, abbandonare le certificazioni di carta, approssimarci alla nostra geo localizzazione, capire i nostri spostamenti, rintracciarli fino a quindici giorni addietro.  Qualcuno urlerà alla perdita delle libertà, alle restrizioni e invasioni della privacy, ma ritengo che a mali estremi estremi rimedi. Non sarebbe per sempre, solo per tornare ad un tasso d’infettività vicino allo zero. Per traghettarci in questi mesi, per arrivare poi ad un vaccino.  I metodi più ferrei di controllo, quello cinese e sud coreano, rispetto agli altri hanno pagato.  Che la tecnologia sia allora utilizzata al suo massimo per mappare quanta popolazione possibile. Non avrei mai pensato di doverlo immaginare e, probabilmente, in questo mese e mezzo ho cambiato posizione diverse volte. D’altronde, difronte un virus che può mutare e tornare, assassino e subdolo, dobbiamo essere pronti a tutto. Non sarà per sempre, ma per trovarci preparati ogni qual volta un nuovo virus, assassino, dovesse ripresentarsi. Per questo il digital divide costituisce, sommato agli altri, un problema cui sopperire, del quale  non certo le singole famiglie possono farsi carico.

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