Piazza Vittorio

Già. In questa fase della nostra vita abbiamo compreso, davvero, almeno molti di noi che hanno avuto la fortuna di non vivere guerre o tragedie simili, cosa significhi essere resilienti e resistenti. Ora che la curva della pandemia sembra direzionarsi verso il basso, cominciamo ad immaginare il nostro ritorno. Graduale, certo, fatto di piccoli passi, ma già il potere uscire di casa con una autocertificazione per recarsi in un parco, fare sport all’aria aperta, andare a trovare qualche amico pur nella ancora generalizzata chiusura di molti negozi ed attività commerciali, ci restituirà un senso di rinascita. Correndo sotto casa lo sguardo è sempre in basso e quando si sposta verso i palazzi umbertini della piazza, guardandoli attraverso le chiome degli alberi, verso l’alto, scorge faccette silenti e argentate appese a un davanzale. A chiedersi se sarà quello l’ultimo giorno o se, passato tutto, avranno ancora il tempo di fare. Poi la natura nei suoi aspetti più inconsueti e selvaggi, cui non siamo più abituati, è tornata a popolare le città. Molti Italiani che vivono tra Bergamo, Milano, Brescia e Piacenza, nelle Regioni più martoriate del Nord Italia attraversano questo ragionamento, sul prima e sul dopo, sull’ora infinito in modo amplificato e radicale. Portano i segni più profondi del dolore vissuto in casa propria, visto negli altri, ascoltato e annusato da vicino. Allora tutto ci sembra assurdo, come la nostra impotenza, impossibilità di aiutarli se non adeguandoci alle norme e precauzioni urlate da mesi. Eppure, sono convinto, questa reclusione forzata non sia stata vissuta da tutti allo stesso modo. Ci sono amici e conoscenti che si sono detti rinati per avere riscoperto la solitudine, il piacere di sospendersi completamente, di non doversi spostare ogni giorno per recarsi nel luogo di lavoro, il riappropriarsi del proprio tempo, l’essersi concessi amenità e approfondimenti, letture, sonni è stata una ricchezza. Per quanto uno possa stare bene a casa, conciarsi alla solitudine e sospensione, trovo che tornare alla vita esterna, al mondo esteriore e non solo nuotare in quello interiore, sia salutare e necessario. Anche ai tempi del Covid. Sospenderci nella sospensione, pur attiva, con il lavoro agile, districandoci in tutorial per attività fisica, cucina, audio libri, l’amore domestico, con e di tutte le famiglie possibili ci allontana temporaneamente dal dopo.  Anche pieno d’insidie e avversità, ma il contatto e tatto con l’altro, con un sistema di causa ed effetto reali, il contarsi nel quotidiano è essenziale. Come darsi uno spazio, resettare le aspettative, capire in quale posto ci troviamo. Che è quello fisico e mentale, quello psicologico. A me questa sospensione comincia davvero a pesare troppo. E anche gli aspetti più romantici, le angolature e prospettive indagate, sempre differenti di oggetti, orizzonti, persone non mi bastano più. Non è solo il desiderio di ricongiungermi con la famiglia e gli affetti ma, soprattutto, l’interagire con le persone. Capire come sono sopravvissute e come stanno, come si relazioneranno al loro futuro, trovare similitudini e senso di appartenenza o, magari, scoprire ulteriori differenze e distanze. Non possiamo sottrarci all’inevitabile e giusto confronto. Banale dire e continuare a farlo, come tutti abbiamo ripetuto per l’intero primo mese, che il dopo non sarà più come il prima. E non sono d’accordo con chi sostiene che come per ogni lutto e dolore alla  fine ci si dimentica, si riparte come nulla fosse stato dandosi una spinta di coraggio. Ogni vittima, ogni numero pesante, ogni morto in famiglia di Covid ti segna e non ti consente di elaborare subito, neanche con un funerale, un saluto come si deve, religioso e laico che sia. Torneremo e alterneremo grosso desiderio di stare fuori, di riappropriarci di piazze, luoghi famigliari, di abbracciare e interagire con amici e conoscenti, a momenti di necessaria profonda riflessione su quanto abbiamo vissuto che, per ovvie ragioni, non puoi affrontare mentre lo vivi, mentre transita e ci nuoti nel mezzo. Ci scopriremo forse più forti, forse più deboli. Molte idiosincrasie e difficoltà difronte il virus pandemico, la calamità universale, si sono dissolte da sole. Succede sempre così. Molti di quelli che riteniamo essere nostri problemi, situazioni mai del tutto risolte, atteggiamenti sbagliati e reazioni impulsive sono svaniti. Ma non li abbiamo affrontati, è la paura maggiore che scansa e schiaccia, per un attimo, quella minore nella complessa  gerarchia delle urgenze. Torneremo vulnerabili per le piccole cose, che sono le stesse a renderci felici. Abbiamo assunto e ci siamo dimostrati di avere un autocontrollo enorme, che non ci conoscevamo. Ma tutto questo non ci renderà immuni da noi stessi, migliori sì, ma comunque non onnipotenti. Anzi, leggendo le numerose storie dei malati che ce l’hanno fatta, che si raccontano quotidianamente sui giornali, per loro molte paure sono cominciate tornando a casa. Con le dimissioni dalla terapia intensive. Sono felici, ma si sono scoperti pieni di frustrazioni, paure, d’incognite, agorafobici e alterati nel gusto e nell’olfatto.  Timorosi e prevenuti per la serenità che li ha abbandonati nel mezzo della pandemia, che sarà difficile riconoscere e rivivere come prima. A salvarci, più che la resilienza una consapevolezza di noi, differente, nel bene e nel male.

David Giacanelli