caffèd'asporto

Ora che ricomincio a mettere il naso fuori casa, con tutte le precauzioni del caso, a cercare di ricordare semplici gesti come prendere un caffè da asporto e consumarlo assieme ad un cornetto, mi sento sospeso come tra chi esce dopo il termine di un conflitto bellico e chi è stato detenuto per mesi. Provo a pensare a quando i miei genitori devono avere provato qualcosa di simile e paragonabile. Quando mia madre ricorda che da bambina, al suono delle sirene, la nonna la strattonava per un braccio e con il pigiama e una vestaglia si ritrovava giù per strada, in fila per entrare nel rifugio. Nel buio, accalcata con altre persone, sentivano le sirene e l’eco lontano ma vicino della guerra. Oppure quando da sfollati, in campagna, mio padre si chiudeva dentro casa, nelle cantine adibite a scuola per chi non poteva permettersi altro spazio in sicurezza. E con lui gli altri bambini e insegnanti del paese. Tutti a casa dei nonni. Sentimenti lontani. Eppure il nostro estraniamento è qualcosa di simile. Sempre accorti e in sicurezza, attenti e disciplinati, un po’ felici per riappropriarci di piccolissime liberà, un po’ smarriti per il disagio al contatto e il timore del virus sempre in agguato. Dimidiati tra sensazioni. Ci riconosciamo e guardiamo con dolcezza, da lontano. Tutti nella stessa barca errante. Precari allo stesso modo. E tuttavia più fortunati, nella precarietà, di chi è morto o di chi vive un disagio sociale esponenziale.  Non vedo diffidenza nella gente, la separazione o paura di sfiorarsi. E questo era uno degli scenari più plausibili. C’è rispetto, consapevolezza del pericolo, ma una gran voglia di fare bene per potere tornare a godere di tutte le libertà precedenti. Riavvolgere il nastro. Uscire, partire, riabbracciarsi, vagare liberi indossando tutti i propri diritti e libertà. Questa storia dei congiunti e non degli amici ha provocato non poche tristezze e sensi di impotenza, sofferenza generalizzata. Ci ha lasciati perplessi e increduli. Ora ogni minuto che passa è vissuto come una scommessa verso la libertà. Per questo sta tutto alla nostra responsabilità, proprio ora, per non vanificare quanto tollerato fin qui. Non credo proprio che torneremo esattamente come prima. Queste sono ferite che ti fanno apprezzare il bene che hai: la libertà. Gli adolescenti, secondo sondaggi attendibili e i pareri di psicologi hanno retto botta, mentre i più piccoli soffrono e soffriranno. Non ancora autosufficienti per vivere in un mondo virtuale e parallelo che li isoli in una bolla temporanea, un’isola altrettanto seducente, hanno solo percepito le privazioni.  I genitori, beh, non hanno avuto troppo tempo per interrogarsi e così le persone più adulte, in genere. Però torneremo diversi, più consapevoli della nostra precarietà, più duttili e disponibili al cambiamento, più pronti a combattere ma con la consapevolezza che il danno universale e accidentale, imprevedibile, è dietro l’angolo a piegare le nostre esistenze quando vuole. Io rimpiango di non vedere i miei congiunti per troppo tempo e, allo stesso tempo, mi sarei aspettato qualche telefonata in più, qualche contatto. Mi sono sentito a tratti dimenticato e dimentico degli altri, la solitudine in tutta la sua potenza mi ha addolorato. Non spaventato, ‘ché la conosco, ma addolorato. Ma di questo faccio i conti con me stesso: ognuno ha la propria sensibilità, si ama e preoccupa a modo suo. È il pensiero lungo e dilatato della notte che ci fa diventare più esigenti e rigorosi con gli altri, un po’ egoisti nella sofferenza. Sono istinti di sopravvivenza e rigurgiti di bene verso noi stessi. Oggi, ad ogni modo, anche solo per quindici minuti, ho avuto l’illusione di essere tornato indietro nel tempo, ai primi giorni di marzo. E mi manca ancora tutto.

 

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