Nel periodo in cui tutti tentiamo di tornare ad una parvenza di normalità, dove con cautela e accortezza, quelle dovute date le circostanze ci riappropriamo di segmenti abbandonati di vita sociale, assistiamo a episodi di disordine internazionale e non solo. La furia razzista e discriminatrice nei confronti dei neri esplosa in America con la morte di George Floyd ha risvegliato un movimento mondiale, trasversale, contro il razzismo e ogni forma di discriminazione. Più forte in America, poi dilagato in tutto il mondo. All’insegna di Black Lives Matter e delle eclatanti continue manifestazioni di appoggio e solidarietà per rivendicare un’ovvietà, l’eguaglianza di tutti i cittadini difronte alla Costituzione, la possibilità di godere di uguali diritti e manifestare allo stesso modo, di essere trattati dalla Polizia e dalle Forze dell’Ordine nella giustizia e senza pregiudizio, di fruire del proprio diritto di voto con consapevolezza e conoscenza sta risvegliando un mondo sopito della pandemia e dal torpore di un capitalismo ormai agli sgoccioli. Ed è qui che l’America, a mio avviso, sta facendo la differenza. Com’era accaduto sulla scia e spinta rivoluzionaria che ha portato all’elezione a Presidente degli Stati Uniti di Barack Obama, ora i neri d’America si contano. E glorie dello sport come LeBron James decidono non solo di prendere posizione contro Trump, ma finanziano la creazione di ong quali “More than a vote” con l’intento di riportare la popolazione afroamericana al voto, spiegarle come farlo, quali i suoi diritti e possibilità di esprimerli fino in fondo. I sondaggi di Trump non sono buoni, l’economia in recessione e l’occupazione un disastro, anche quando improvvisa proiezioni e dati insostenibili, come le tesi sulla pandemia, ingurgitare disinfettanti per immunizzarsi, quando twitta commettendo errori sintattici e grammaticali. Quando espandendo la sua narrazione prepotente quanto dispotica, completamente scollata da tutto e tutti, da burlone fuori del coro diventa solo inadeguata macchietta di se stesso. Quello sgangherato personaggio per il quale non è mai colpa sua, un suo limite e incapacità percettiva, intellettiva e risolutiva, ma sempre colpa del Covid, della congiura cinese, del nemico comunista, della élite di Hollywood e dei migranti Messicani, delle politiche troppo inclusive e permissive, della sparuta presenza di ordine e disciplina, di armi per difendersi e sfogarsi. Sarebbe vittima di un enorme complotto: non il suo inglese però, né la mania di twittare sbagliando, né la comunicazione o preoccuparsi di risultare minimamente empatico. Il complotto è sempre esterno, pervicace realtà reiterata. Sbeffeggiando l’interlocutore, chiunque esso sia, ridicolizzandolo in modo infantile, attaccandolo senza argomentare l’attacco pensa di esercitare il suo ruolo politico. La narrazione della distrazione dai propri limiti e dalle proprie colpe, inadeguatezze e calamità che affliggono il proprio Paese prosegue, riducendo tutto all’estrema semplificazione concettuale. Esprimersi per parole chiave, suggestioni, una comunicazione di stomaco, molto puerile. Questo gioco, un po’ triste per un Presidente , è destinato ad esaurirsi. L’eccessivo egocentrismo e le dichiarazioni ossessive quanto copiose, asseriscono tutto e il loro contrario. Trump è capace di contraddire e allontanare, di continuo, uomini del proprio staff perché si permettono di evidenziare la sciocchezza detta o fatta, i rimedi personali ai tempi del Covid, la leggerezza con la quale ha affrontato la pandemia. E allora che l’elettorato si cominci a contare, tutto, ma davvero. Il resto è storia, è lo scienziato Fauci costretto a rettificare ogni opinione espressa in merito al Covid da Trump, sono i quotidiani imbarazzi di chi gli sta al fianco. Senza estremismi, né demolire o manomettere le statue, i monumenti e i simboli del passato, c’è bisogno di un guizzo, una spallata, un moto di rivincita e compensazione per le parole e i valori perduti, i neri massacrati che non potevano più respirare. More than a vote! 25stilelibero