Già, come stiamo? Oggi mi è capitato di rivedere alcuni amici cui tengo molto su Zoom. Collegati, da diverse parti del mondo, ci siamo dati appuntamento per festeggiare il compleanno di due adolescenti gemelli. I figli di un’amica. Era come non essersi lasciati mai, se non per le facce felici ma incredule, la gioia di contarsi, di raccontarsi, seppure per breve tempo e in idiomi differenti. L”incredulità, epifania felice del Covid. L’intercalare più comune: “Tu, come stai?”. Che poi lo sappiamo come si sta ai tempi del Covid. I giornali li leggiamo, anche troppo, le agenzie stampa, gli approfondimenti, le stime e le percentuali, gli studi Istat. Bulimici e tossici d’informazione. Eppure oggi pomeriggio, durante il collegamento, ogni parola, ogni cenno del capo, ogni sguardo sembravano fossero nuovi, esistiti per la prima volta. Ci siamo abituati a convivere con la precarietà ma potersi risalutare, dare una pacca sulla spalla, una gomitata è sempre una grande felicità. E il resto dei pensieri cupi, di quelli che normalmente avremmo considerato tali, svanisce per sempre. E non chiediamo il permesso. Circoscrivere tutto, relazionarsi con i temi e problemi veri, ancora una volta il senso del contesto ci restituisce una mappa su come muovere e dipanare l’esistenza. Non esistono strutture verticistiche e tutti siamo, per fortuna, davvero uguali. Con o senza paura, esibita o dissimulata, ce ne freghiamo delle sciocchezze che sentiamo, non esistono più formalità ma il linguaggio antico dell’emergenza e della consistenza: l’essenziale. Superato il primo dramma, il timore di non farcela, di potere finire tra le percentuali funeste di chi il Covid lo ha vissuto, ne è stato prigioniero per sempre o gli è invece sopravvissuto, ora resta solo una gran voglia di normalità. Eppure non sarà una estate normale, non lo saranno le aspettative, i sogni, le proiezioni. Tutto un futuro prossimo da ridisegnare. Un bene? Un male? Non voglio esprimere giudizi, non mi interessa. Sarà come abituarsi a camminare su carboni ardenti, non dare nulla per scontato, apprezzare ogni prezioso secondo, senza alcuna retorica, in attesa dell’imprevisto sempre al fianco. Così sono cambiati i nostri sonni, i nostri rapporti d’amore e d’amicizia. E si sono incrinate anche le relazioni più inossidabili. Naturale quando la Morte ti scorre a fianco, quando ne senti l’odore e ti auguri che non colga te ed i tuoi cari. Allora resisti, combatti, con la cautela e le migliori risorse. Eppure non basta. Siamo invecchiati tutti, abbiamo sommato in tre mesi l’altalenante esperienza emozionale di un decennio. Queste oscillazioni qualcuno se le porta addosso, scolpite come stigmate, con i capelli incanutiti, le rughe, le sopracciglia incurvate dalle preoccupazioni, la pelle ruvida che sembra un campo privo di ortaggi e sentimenti. Insomma, siamo dei sopravvissuti che si ostinano a mostrare il proprio lato migliore, che hanno reagito e vanno avanti. Così si deve fare, solo così si può fare. Per questo è bene raccontarsi tutto e rammentarsene. Tenere il proprio diario quotidiano, da condividere o non, ma tenerlo per sé. Perché, ci auguriamo, un’altra guerra non vorremo mai viverla, ma potremo raccontarla ai nipoti che ce ne chiederanno, alle generazioni che verranno dopo di noi. In questo periodo sto recidendo tante cose. Sto rinunciando volutamente a molte abitudini per tenermi degli spazi bianchi, aperti, da riempire anche solamente con l’umore dell’ultimo secondo. Mi aiuta a decomprimere la pressione del giorno, che mi porto appresso. Brevemente risplendiamo sulla terra. Un avverbio troppo breve. Come il romanzo che sto leggendo in questi giorni, centellinandolo, perché mi piace troppo. E allora rallento, mi addormento, come non volessi terminarlo perché è difficile essere distratti da un’altra bella storia qual è questa. Sono più prigioniero ma, allo stesso tempo, in cattività posso osare di più: sul mio destino, sulle abitudini, le consuetudini, il modo di condurre il quotidiano. E tutto mi sembra così piccolo: le persone, i fatti, tutti minuscoli e così privi d’importanza rispetto alla Storia che stiamo subendo e poco agendo. Passo da Zoom a Teams, a Google suite. Una gran duttilità digitale, mi costringo a sessioni inusitate. Sperimento un po’ tutto, mi riempio e tengo occupato. Il forte senso d’ansia che mi assale con il primo caldo, che mi ricorda che è tempo d’estate, di cicale e di aspettarla assieme, come ogni anno, tranne questo appunto. Un meriggiare in solitudine, nei cuscini umidi di qualche sparuta siesta domenicale, nei crocchi di persone, nei capannelli d’anziani e giovani osservati più a distanza delle distanze usuali. Nei paesaggi che solo l’estate piena di sinestesie è capace di regalarci, saremo più soli ed incerti. I ricordi, rimandi, il sale sulla pelle, le scottature, il dorso delle mani e il collo dei piedi immersi nel bagnasciuga a guardarsi, a guardarci. In solitudine o sparuti gruppi che non facciano assembramento. Sarà un relax, nel migliore dei casi, di prossimità. Già, siamo già altro. E fare finta di niente è forse la cosa peggiore. L’aspetto più interessante è, invece, proprio quello di maturare, invecchiare prematuramente, svelarci per quel che siamo, senza nasconderci o nascondere i segni di quanto stiamo vivendo. Da dentro a fuori, da quel che resta dell’aspetto esteriore ad i sentimenti che si aggrovigliano alle budella. E speriamo di cavarcela, di aiutarci anche da lontano. Buon compleanno.

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