Un mio amico mi dice che a causa del Covid non sa se l’attività famigliare potrà mai riprendere. Per ora non è certo, e non dovesse esserci una ripresa, anche a settembre, probabilmente dovrà cominciare a reinventarsi un’altra occupazione. Le ferie non esistono, come sembra non esistere l’estate, un tempo di sospensione e pausa. Le cicale però sì, i grilli anche, la canicola, il meriggiare, le giornate di domini di luce dilatata. Un giorno eterno, un lavoro eterno, una dipendenza eterna. Come confondiamo il giorno con la notte, una confusione corroborata nel lockdown, il reiterarsi di sonni disturbati, lo stato sempre troppo vigile, così ci confondiamo nei ruoli e nelle responsabilità. Lo smart working, che comunque ha salvato molti di noi, ci ha reso iperattivi e ancor più produttivi. Da una parte, se abili, si è conciliata la vita personale e famigliare con quella lavorativa. Se precisi e ossessionati dagli obiettivi, anche a breve termine, si è ceduto alle lusinghe del compiacimento sul lavoro, al complimento e sprone gratuito. Se caratterizzati da un’etica e uno spirito protestante e deterministico ci si è sentiti stanchi, affaticati, ma indispensabili. Però la dipendenza dal computer e ogni device presente in casa, l’assenza di un vero spartiacque del tempo, l’accelerazione spasmodica e compulsiva al digitale che ha visto arrancare gli analogici di tutto il mondo, coprire insospettabili distanze, ha alterato alcuni nostri valori di base. E mentre accadeva ce ne siamo accorti, lo abbiamo sottolineato. Stavamo cambiando e perdendo dei riferimenti necessari, dei punti stabili, degli accapo, le pause e l’importanza di esserci ma soprattutto di poterci assentare. Lo evidenziavamo ma è accaduto lo stesso. Allo squilibrio esterno prodotto dalla pandemia è coinciso uno squilibrio interno: ci siamo dovuti acconciare ad una nuova realtà di incertezze, precarietà, impossibilità di visione a lungo termine. Abbiamo accorciato tutto: idee, pretese, speranze, sogni, spostamenti, libertà e creatività. Abbiamo preso distanza dal brutto, ma assunto consapevolezza del superfluo, di ciò che non funzionava come avrebbe dovuto già prima del Covid. Insomma, come in stato di guerra ci si concentra a sopravvivere e si coglie intensamente la giornata, niente di più. E la mente la si tiene piena di pensieri e attività da fare: da qui il super lavoro che occupa attenzione, energia, e distrae dall’incertezza del futuro. Che pure ci riguarda, ma sulla quale non abbiamo troppa voce in capitolo. Per non parlare di chi il Covid lo ha avuto in casa, ne è stato segnato. Lì, si apre un altro scenario, che forse non siamo neanche in grado di affrontare fino in fondo. Troppo duro e richiede elaborazione più lunga. Dell’umanità resta comunque sottesa questa insicurezza e precarietà, che ci costringe a non pianificare troppo, a non sognare, a non immaginarci in un gerundio, nello svolgimento e sviluppo di un progetto, che ci circoscrive all’oggi, di più, all’ora che stiamo contando, i suoi minuti, troppo veloci o infiniti. Anche i rapporti umani si sono alterati. Quelli che funzionavano hanno continuato a funzionare, quelli estinti o logorati si sono annichiliti definitivamente, ma molte relazioni si sono poste più di una domanda. Coesistere e coabitare tutto il giorno, per tutte le ore, con tutto il carico del lavoro non può fare bene. Insomma, anche i legami più collaudati, hanno sofferto e sono emerse nitide, come per incanto, insopportabili dinamiche che nel quotidiano fuori della pandemia ci sono sempre sembrate tollerabili e componibili. Anche ora lo sono, sempre, poiché incorniciate in un affetto e amore profondi, maturati nel tempo, che presuppongono una conoscenza totale e radicale dell’altro. Però è stato pesante. E quanto dovrà esserlo ancora? La vita sentimentale e privata, come ovviamente la lavorativa sono sempre più conseguenza di un’evoluzione oggettiva, mondiale ed esterna, della pandemia. Sono dettate e determinate da un agente esterno. Per questo non possiamo plaudire ad una proroga dello stato d’emergenza. Poiché se necessario, sappiamo già quali stati d’animo ci comporterà, quali sentieri dovremo ripercorrere, con quali timori, inclusioni, esclusioni, limitazioni. Insomma, si procede e cammina in tempo di guerra cercando di cogliere la più piccola soddisfazione e gioia, anche semplicemente sospensione, alleggerimento, sottrazione di peso. Ci proviamo, a difendere e salvare sempre tutto, il nostro privato, affettivo e relazionale, la prospettiva di un’occupazione e la possibilità di una ritrovata serenità.

25stilelibero