In questa estate difficile e complicata, nella quale siamo accompagnati dalla certezza che niente sarà più come prima, che la guerra deve ancora terminare, che continuiamo a galleggiare come meglio possiamo, assisto Nancy per caso. A fine giornata, faccio un salto al mare, per prendere il sole e il bagno migliori, quelli tenui, dai colori e riflessi rossi del corallo, che riscaldano senza bruciare, che pettinano i pensieri e ti fanno vedere tutto estremamente chiaro. Dilatato. Proprio in questa parentesi della giornata, in cui le cicale si calmano e il tono della voce di ogni essere vivente si abbassa, come avesse disperso troppa energia durante il giorno e dovesse entrare in una fase di compensazione, in questa luce qui, un capannello di persone, ai miei piedi, si ferma e comincia a fissare un punto all’orizzonte, dietro le mie spalle. Mi volto e vedo per terra una ragazza, svenuta, e assieparsi molta gente nel tentativo di capire e prestarle soccorso. È insabbiata e i suoi movimenti muscolari intermittenti. Dalla bocca le esce saliva e i suoi enormi occhi tondi restano chiusi, come avesse le palpebre cucite. Mi muovo anche io, corro, e assieme ad altre sei persone la trasportiamo su di un telo da spiaggia alla barella della ambulanza che, chiamata da uno dei soccorritori, nel frattempo è arrivata. Coma etilico. Nancy ha bevuto talmente tanto, dall’ora di pranzo, sotto un sole cocente di una estate pandemica, facendosi accompagnare da litri di birra e accenni di danza. Fintantoché non è svenuta, a terra. Accanto la sua bambina piccola è stata allontanata e solo un signore abbastanza attempato si è preoccupato di seguire tutte le operazioni di salvataggio, di assicurarsi che la donna ricevesse un’adeguadata attenzione. Marito? Padre? Fratello? Amico? Semplimente l’unico, di un folto gruppo di persone in preda all’ossessivo ballo estivo, al mantra catartico e liberatorio della vita, dalla costrizione e dalla difficoltà, di chi galleggiava già prima del Covid. Si è accreditato come suo conoscente. Nel frattempo, le hanno misurato il battito cardiaco, debole, a un tratto assente e noi appesi alle sue espressioni, alla speranza di un segnale, una reazione, uno stimolo di rivalsa. Eseguite tutte le manovre di urgenza. Trasportata in barella in codice rosso. Dice mio padre che se non ha rilevanti problemi cardiaci o qualche patologia pregressa dovrebbe cavarsela. Ma nessuno di noi lo sa e saprà. Questa estate a tratti bella, a tratti suggestiva, a tratti triste e maledetta ci mette di fronte la morte e l’assenza di spazio tra noi e la precarietà, come aumenta la distanza rispetto a una visione, prospettiva, obiettivi tangibili. La seconda volta dall’inizio dell’anno, che mi capita. Vedersi spegnere le persone accanto. Non puoi far eniente, solo abituarti al pensiero che ci siamo in un attimo e risplendiamo sulla terra per non esserci più, all’occorrenza e con l’incidente, un attimo dopo. Solo maturando acquisisci la consapevolezza di quanto labile e sciocco sia il filo che ci unisce alle altre vite e alla nostra. Lo diamo per scontato, finché non ci tocca: noi e le vite dei nostri cari. Il giorno dopo, il gruppo di Nancy non è più sulla spiaggia, niente musica di sottofondo e una grande superficie vuota. È il giorno successivo ancora la sua comunità non sosta più sulla spiaggia. Ce l’avrà fatta Nancy? Spero di sì. Per la sua bambina, per se stessa, per questa strana estate che passerà, come tutte le altre, e speriamo di tornare a viverla con più libertà. 25stilelibero