Oggi ho fatto la fila distanziata, che pare già un ossimoro, per stampare un documento che mi serviva. Già, ormai chi utilizza più le stampanti se non in ufficio e per motivi eccezionali? Evitiamo di sprecare la carta e, in piena pandemia, ammettiamolo, abbiamo cercato di accelerare ogni processo lavorativo in chiave digitale. La smaterializzazione della corporeità dei documenti e degli accessori lavorativi è entrata prepotentemente nel nostro quotidiano. Chi si è abituato subito, per alcuni c’è voluto più tempo, per altri non è mai cominciata. Siamo perlopiù relegati nelle nostre case, in un lavoro agile per chi ha la fortuna di averne, chi invece è impegnato ad arrabattarsi e acconciarsi a qualsiasi situazione si ponga per sfangarla. Comunque, siamo isolati, per difenderci e difendere le persone che amiamo, le più esposte, noi stessi. Difficile non avere paura. Anche osservando tutte le indicazioni che Istituzioni e Comitati medico scientifici impartiscono, anche attenendoci a tutto il rigore possibile, esiste sempre un’incognita. L’imprevedibilità che ci coglie di sorpresa. Questa equazione, nella mia vita, è saltata spesso. Rispetto alle aspettative, al lavoro, agli amori, ad alcune amicizie, alla periodica profusione d’impegno che è stato anche amore incondizionato, alla passione e al pathos. L’equazione non è tornata, ancora, rispetto alla necessità di dimostrare e attivarsi per produrre, di darsi per sentirsi corrisposti, nel pieno controllo della propria esistenza, meritevoli di apprezzamento. Non sono corrisposti, tuttavia, effetti uguali, né tanto meno simili, vicini alle aspettative di partenza. Accade sporadicamente di ritrovarsi in una condizione bilanciata, di affetti dati e ricevuti, di attenzioni corrisposte, di sensibilità e accortezza contraccambiate. Sono eccezioni e, quando succede, capisci che non devi farti scappare l’interlocutore, l’attore che ti restituisce tutto l’impegno. Se non esiste un’equazione di causa ed effetto che ci tuteli in condizioni di pseudo normalità, figuriamoci con un virus del quale si conosce poco, comunque non tutto, che complotta sulla nostra salute, che briga per sottrarci libertà di movimento, possibilità di lavorare, consumare, fare girare il pil di questo Paese. Questo stato di sospensione non può restituirci un senso di logica e di minimo determinismo. Galleggiamo e continuiamo a farlo. Sappiamo che non dobbiamo abbassare alcuna guardia. Non abbiamo mai negato o relativizzato quanto abbiamo vissuto negli ultimi mesi, perché non sarebbe servito a niente, solo a qualche dissennato politico in perenne campagna elettorale, ma a corto di idee e suggestione, di una chiara visione cui accompagnare ricette per uscire dal magma che ci incolla alla precarietà. Siamo solidali ed empatici per difenderci da un sentimento universale di fragilità: questo ci unisce e corrobora la buona disposizione. A dividerci, però, lo spazio fisico e il tempo, la frequentazione, il timore del contagio. Tutto è diventato così incerto ed opaco che ci resta la tecnologia. Usata nel peggiore dei modi, per alimentare discussioni e polemiche viscerali, per fornire degli espedienti ai leoni da tastiera e agli hater che non aspettano altro. Difficile capire di ogni giornata cosa conservare nella casa dove siamo relegati. Gli incontri a distanza, sui social network, le persone ascoltate da lontano, i libri e film visti quando possibile, la noia, la frustrazione di non potere fare, di viaggiare, di spostarsi liberamente, di non avere sempre un lavoro, un’occupazione, un obiettivo a stretto raggio e termine. Non possiamo smettere di vivere e aspirare, ma dobbiamo saperlo fare, in sicurezza. Siamo tesi, anche se lo dissimuliamo. Viviamo la nuova condizione di solitudine forzata e cerchiamo, da mesi, di tenerci connessi attraverso la Rete. La pandemia ha accresciuto la consapevolezza di quanto importanti siano i legami reali, corporei, le effusioni e manifestazioni d’affetto, la discussione e il dibattito in presenza, lo scambio intellettuale, sempre in presenza. Non possiamo vivere di tecnologia per farci compagnia, non può essere la soluzione se non per una contingenza. Inutile, poi, rilevare quanto si siano abbassate le aspettative e la critica. La divisione e l’isolamento portano ad accettare, non dico incondizionatamente ma quasi, tutto quanto si muove e vive di una propria vita, tutto quanto serve a distrarci dal controllo e dal contagio possibile. Ed essere distratti, riempire il vuoto con la distrazione non ci migliora, piuttosto peggiora. Lo fa nella qualità, nella quantità del nostro tempo, nella esperienza che s’interrompe, nella produzione culturale che siamo costretti a recepire, bassa e standardizzata, in assenza di altro.  La prolifica attività culturale, agita o subita, ci insinuava sempre il dubbio, istillava la curiosità, metteva in discussione. Avevamo scelta, comunque più di una, laddove ora viviamo accettando quel che ci viene proposto, dissimulando una sottile e continua linea di tensione e ci alleniamo a tornare più vivi di prima.

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