Qualche mese fa immaginavo, tra me e me, che sarebbe stato possibile scrivere a prescindere dal Coronavirus. Che, anzi, bisogna non scriverne perché ne avrebbero scritto tutti: i saggi di saggi, populisti e qualunquisti avrebbero improvvisato opere intrise di anatemi e previsioni strambe, poi gli autocompiacenti complottisti e negazionisti, gli indomiti e ossessivi terrapiattisti. Un profluvio di diari di viaggio, di romanzi e pseudo tali, di poesie e produzione tanta, letteraria e non. Saremmo stati ingolfati dal flusso ininterrotto dei numeri e delle percentuali, ci saremmo fatti canali percettivi esautorati. Inoppugnabile il sentimento di smarrimento e impossibilità, impotenza che progressivamente ha colto tutti. I salotti televisivi dove autorevoli epidemiologi riescono a trovarsi in disaccordo e la Politica che strattona il virus dalla propria parte per raccogliere consenso ci isolano nell’isolamento. Basta, mi dicevo. Meglio il silenzio o parlare d’altro, sforzarsi di scovare le buone notizie, dare un segnale differente. Poi le curve sono tornate, con la tanto temuta fase due, prevista ma non in questi termini. Una fase che ha posto a dura prova ogni tentativo di discontinuità sentimentale e narrativa rispetto alla fase iniziale. Il virus è più potente e le vie di trasmissione, molteplici, poco note. Non bastano più ragionamenti e sillogismi, né le buone pratiche comportamentali, né gli approfondimenti e gli studi pubblicati su autorevoli riviste scientifiche. Abbiamo visto ammalarsi i vicini, senza apparente motivazione, anelli di separazione rispetto al virus farsi più piccoli, distanze minori, affanno maggiore. È il virus che ci insegue. Dobbiamo smettere di correre, ma isolarci, ahinoi, il più possibile, senza alienarci psicologicamente ed esperienzialmente. È possibile tutto ciò? Isolarci per non ammalarci, ci rende deboli d’animo e di ragionamento. E allora è impossibile prescindere la propria narrazione dal virus. Ogni romanzo scritto, sceneggiatura pensata, diario di viaggio, rappresentazione, produzione letteraria se non lo avrà come protagonista lo avrà come sfondo fisso: il Covid. Continuiamo a covare l’ansia per le persone più esposte, i genitori, gli amici, gli amori più cari. Viviamo il timore del contagio, di cadere malati o, peggio, di essere inconsapevoli untori. In questa dimensione è difficile trovare altri argomenti e soffermarsi sui dettagli del quotidiano per allentare la tensione. Difficile provarci senza risultare superficiali o disconnessi dalla realtà, privi del senso del contesto. Allora speriamo di cavarcela, attenti fino allo spasmo, regalandoci attimi di serenità laddove possibile, sempre in sicurezza. Aneliamo continuamente di normalizzare questa guerra. Protagonista è lui, ma con gli aneddoti che spontaneamente il quotidiano gli contrappone, qualche attimo di insperata distrazione è forse possibile. Ah, una nota non troppo leggera, ma che ci fa guardare altrove: ho scommesso sulla vittoria di Biden. Un pranzo, ormai poco possibile se non anch’esso in strasicurezza, con mio padre.

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