Oggi viviamo in un isolamento perpetuo. L’effetto primario che abbiamo elaborato, dopo un anno di battaglia, è l’innato sentimento di protezione di noi stessi. E, ahinoi, la certezza a proteggerci è la distanza. Vivere oltre un anno di tempo isolati, in prossimità ma senza vedersi, negli stessi identici spazi e tempi dilatati, di contro ci ha portato mestizia e senso di oppressione, limitazione di tutte le libertà ed espressioni. Conviveremo ancora sospesi tra sentimenti contrastanti, che traghettiamo anche nelle nuove forme di lavoro, fintantoché non saremo vaccinati a sufficienza. Quando avremo raggiunto un’immunità di gregge allora, forse, riusciremo a recuperare un poco dello spazio lasciato vuoto. Non torneremo come prima, perché i modelli lavorativi e imprenditoriali sono cambiati e la pandemia ha rappresentato la scommessa per evolvere in una dimensione digitale, sempre meno corporea, che ci consente di lavorare a distanza, di conseguire risultati gestendo al meglio il nostro tempo e non con una presenza corporea continua. Eppure, non è solo misurarsi con una maggiore o minore attitudine al digitale, sforzarci di comprendere e terminare di apprendere tutto quanto necessario per realizzare il proprio lavoro su piattaforme, si tratta di riappropriarsi di spazi fisici, che sono psicologici. Va bene non tornare indietro, ma ai sentimenti sì, al relazionarci, all’essere gentili tra di noi. Per questo nel parlare tanto di sostenibilità e futuro spesso si associano i concetti di bellezza e gentilezza. Come auspicassimo il ritorno ad un nuovo umanesimo, alla capacità di evidenziare la bellezza, condividerla e viverla. Così la nostra storia e le esperienze, coinvolgendo al massimo le generazioni più giovani, quelle veramente digitali, migliori di come sempre descritte. Generazioni che saranno abituate all’autodisciplina e alla rinuncia, a covare dei sogni più circoscritti, che hanno fatto della precarietà la narrazione naturale. Altro che i sensazionalismi da post, la comunicazione sintetica e urlata dei social. Quest’ultima non è superata nella tecnologia, ma nei contenuti. Nessuno ha più tempo per attardarsi a litigare sulle piattaforme, a contrapporsi per cercare un consenso. Anche le classi politiche faticano a trovare nemici cui contrapporsi, unite tutte in un governo tecnico e politico, quello di Draghi. L’urgenza nazionale e mondiale viene prima di ogni tornaconto e sopravvivenza di percentuali politiche, ha ridisegnato ogni priorità e possibilità di espressione. Non potremo tornare i barbari di prima. Anche la comunicazione istituzionale è cambiata, si è evoluta, non è più così sensazionale e umorale, ma ufficiale, semplice e scarna. Priva di retroscena, di improvvisazioni continue, di smentite e opacità. Ci addormentiamo e risvegliamo contandoci. Con un’ansia latente cui ci si abitua, ma che non si supera razionalizzando. Lavoriamo e viviamo a testa bassa, concentrandoci su altro, per distrarci dalla precarietà che tutti ci avvolge. Per questo, proprio ora, è importante non dimenticarci di quel che per noi è sempre stato fonte di bellezza e gentilezza. Spronarci in quel che sempre ci ha sedotti, che ci riesce naturale come galleggiare. Pensare che torneremo ad abbracciarci, a riempire gli spazi, ad accorciare le distanze, a renderci più sostenibili, sempre attenti ai diritti, ai generi, alle risorse naturali, al recupero delle forze dentro e fuori di noi, alla conciliazione dei tempi pubblici e privati, allo sviluppo davvero sostenibile. Torneremo attenti come non siamo mai stati prima. Torneremo a rivitalizzare tutto, riciclare prodotti e sentimenti. Tutte le rimanenze, i resti che non abbiamo potuto esprimere. Torneremo a raccontarci quel che abbiamo vissuto e, anche, gli affetti che alcuni di noi hanno perduto.

David Giacanelli