Oggi mentre correvo al parco, ho incontrato degli amici. Abbiamo preso un caffè da asporto, a distanza, e ragionavamo su come i rapporti siano sempre più difficili. Non solo diradati, ma il timore strisciante di un possibile contagio ci accompagna ormai sempre. Più o meno ossessivo, questo sentimento interferisce nelle geometrie famigliari, in quelle tracciate degli stessi amici e nuclei che si frequentano da sempre, a maggior ragione s’insinua con efferatezza con gli avventori esterni, sconosciuti. Ogni avvicinamento è vissuto con sospetto. Tutto questo ci ha reso più insicuri e insofferenti verso chi non si attiene, a menadito, a ogni regola sul distanziamento sociale. Poi in molti, non potendo più disporre del proprio tempo e spazio reali, uscire come avrebbero fatto arringando agli amici, al muretto, alle abitudini famigliari, non potendo prodigarsi in cerchi concentrici affabulatori e magnetici, non fanno che stare su internet. Sui social e le diverse piattaforme. È il caso di dire che ben vengano ma, allo stesso tempo, ci restituiscono l’immagine di un Paese molto triste, che vive di sole piattaforme, egoriferito nei like e nelle battute fugaci scambiate a colmare tutti i vuoti. Accadeva prima del Covid, ora è una delle sole e più facili vie percorribili. Se prima giudicavo deleterio il tempo trascorso sulla Rete, ora assisto ad un’accelerazione insana. Una compensazione nell’agorà virtuale di ciò che non si vive più. In parte realtà, in parte finzione: la Rete è pur sempre un surrogato, discutibile, della vita reale. Quando dovremo tornare a costruire e rimboccare i rapporti reali, duraturi, che abbiamo costruito nel tempo e poi tralasciato a causa della pandemia, ne vedremo delle belle. All’euforia iniziale, che tutti contagerà, si scopriranno molte incapacità e limiti relazionali. Di chi ha dismesso un abito per sempre e si è astenuto dall’operare vita e relazioni, anche nei limiti consentiti. Quando auspichiamo e mestamente pensiamo al contatto che verrà, che ci manca, pensiamo anche alla grammatica che dovremo riscoprire. Siamo tutti diventati, chi più chi meno, degli analfabeti relazionali e sentimentali. Per non parlare dei linguaggi, che se sopravvivono anche da remoto e nei device, non consentono di percepire il linguaggio paraverbale e metaverbale. Ecco perché non torneremo più come prima ma, almeno, alleniamoci ai sentimenti, al momento nel quale dovremo comunicare le parole e i gesti giusti, e toneremo a prodigarci in contatti. Finalmente scemeranno i messaggi vocali, quelli tracimanti caratteri e parole, gli emoticon e i neologismi azzeccati su WhatsApp. Insomma, il tempo dei like sui post egoriferiti dura quanto la carta con la quale avvolgevamo il pesce al mercato, all’ora di pranzo, quando ne avevamo possibilità e tempo. Tutto ciò che non lascia il posto al contatto reale, alle parole e intenzioni riconoscibili, agli abbracci, all’intimità anche grammaticale, è destinato a vivere quanto la fascinazione di una sera, è la triste disillusione di molti naviganti.

David Giacanelli